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Per il rogo che bruciò l’azienda la Procura indaga i tre titolari

Giuseppe Cherobin e altri due soci accusati di truffa e incendio doloso Avrebbero appiccato le fiamme per nascondere le prove di una truffa alle banche

bagnoli

Ci sono tre indagati per l’incendio che la sera del 9 gennaio ha provocato danni per almeno 50 mila euro nel capannone della ditta Emme V. in via Sesta Strada a Bagnoli di Sopra. Nei guai è finito il titolare, Giuseppe Cherobin, 60 anni, con residenza a San Giovanni Lupatoto (Verona) con altri due complici, Mauro Callegari, sessantenne di Codigoro (Ferrara) e Dario Desirò, di Piove di Sacco, 59 anni.



Per la Procura di Padova che coordina le indagini affidate ai carabinieri, sarebb ...

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Ci sono tre indagati per l’incendio che la sera del 9 gennaio ha provocato danni per almeno 50 mila euro nel capannone della ditta Emme V. in via Sesta Strada a Bagnoli di Sopra. Nei guai è finito il titolare, Giuseppe Cherobin, 60 anni, con residenza a San Giovanni Lupatoto (Verona) con altri due complici, Mauro Callegari, sessantenne di Codigoro (Ferrara) e Dario Desirò, di Piove di Sacco, 59 anni.



Per la Procura di Padova che coordina le indagini affidate ai carabinieri, sarebbero stati loro ad appiccare le fiamme per nascondere le prove di una truffa a due istituti bancari e per truffare, con l’incendio, la stessa assicurazione. Le indagini sono tutt’ora in corso e le accuse sono tutti da dimostrare.



L’allarme per il rogo che stava divorando il capannone della Emme V., ditta che produce pavimenti sopraelevati, è scattato alle 22.22 del 9 gennaio. In quei giorni l’attività era ancora chiusa per la pausa natalizia. Ad accorgersi delle fiamme e del fumo sono stati dei vicini che hanno prontamente avvisato i vigli del fuoco. Sul posto arrivarono anche i carabinieri. Che l’incendio avesse natura dolosa era apparso chiaro sin dalle prime indagini. Le fiamme erano partite da due bancali di pannelli a cui qualcuno aveva appiccato il fuoco.



La Procura di Padova aveva provveduto subito a porre l’immobile sotto sequestro per consentire tutte le verifiche e le perizie tecniche utili alle indagini. L’area era stata poi dissequestrata ma il 15 marzo è arrivato un decreto del pubblico ministero che ha disposto delle perquisizioni e un nuovo sequestro del magazzino.



I tre hanno presentato ricorso in Cassazione contro il decreto del pm, contestando la tardiva trasmissione degli atti che non avrebbe consentito ai difensori di conoscere gli elementi su cui si fonda il sequestro e la mancanza della condizione di procedibilità per il reato di truffa, giacché non c’era alcuna denuncia da parte dei legali rappresentanti delle banche che l’avrebbero subìta. Infine, rigettano anche l’accusa di aver appiccato l’incendio. Gli Ermellini hanno respinto il ricorso: resta il sequestro e restano valide le perquisizioni. Secondo la Cassazione non c’è stata trasmissione degli atti in ritardo, poiché sono stati presentati anche in udienza dove la difesa - che non vi ha partecipato - avrebbe potuto visionarli. L’accusa di truffa si reggerebbe, invece, sulle spontanee dichiarazioni di due degli indagati e anche su alcune intercettazioni «da cui emergerebbe che l’incendio doloso era un mezzo per distruggere eventuali prove dei delitti e per predisporre un’altra truffa in danno dell’assicurazione». Ora si attende la chiusura delle indagini per capire se la Procura chiederà il processo per i tre indagati. —