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Enrico, portato a spalla nell’ultimo viaggio

Fumi colorati, palloncini bianchi, testimonianze e tante lacrime nell’ultimo abbraccio al calciatore ventisettenne





Chi vive nel cuore di chi resta, si dice, non muore mai. Enrico Zinato, visto l’affetto che si è percepito ieri mattina in occasione dell’ultimo saluto terreno, è destinato probabilmente a vivere per sempre.

Troppo piccola la chiesa parrocchiale della frazione di Vallonga per accogliere tutti coloro che hanno partecipato al funerale del ventisettenne mancato sabato scorso in un tragico incidente stradale sulla Sr 516, a pochi chilometri da casa, mentre stava ritornando da Candiana dopo una ...

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Chi vive nel cuore di chi resta, si dice, non muore mai. Enrico Zinato, visto l’affetto che si è percepito ieri mattina in occasione dell’ultimo saluto terreno, è destinato probabilmente a vivere per sempre.

Troppo piccola la chiesa parrocchiale della frazione di Vallonga per accogliere tutti coloro che hanno partecipato al funerale del ventisettenne mancato sabato scorso in un tragico incidente stradale sulla Sr 516, a pochi chilometri da casa, mentre stava ritornando da Candiana dopo una serata trascorsa con i compagni del calcio. Un destino crudele quello a lui riservato, cui nessuno ha trovato e troverà mai una parola di giustificazione e conforto.

Gli amici d’infanzia, i compagni e i dirigenti delle varie squadre dilettantistiche di calcio dove ha militato, i colleghi del supermercato Crai di Legnaro dove lavorava come stagista, una rappresentanza della delegazione padovana e veneta della Figc, i compaesani: tutti si sono stretti attorno a mamma Antonella, papà Valerio, ai fratelli Andrea e Silvia per cercare di alleviare un dolore indicibile e un vuoto incolmabile.



All’ingresso della chiesa un lenzuolo bianco con la scritta “Zino, simply the best”, davanti all’altare una gigantografia della foto di gruppo scattata, proprio in quella chiesa, il giorno della Prima comunione. «Ragassi stè sereni» diceva Enrico ai suoi compagni di squadra nei momenti di difficoltà sul terreno di gioco.



Lo ha ribadito sull’altare, con la voce tremolante, il capitano del San Michele 2009 di Candiana ai presenti, ricordando come Enrico fosse l’ultimo a mollare e il primo a fare gruppo. Toccanti anche le parole dei coetanei del 1991, che con Enrico hanno diviso gli anni più belli della fanciullezza.

Ad attendere il feretro del ragazzo sul sagrato, all’uscita dalla chiesa, una folla di persone che si sono unite in uno spontaneo lungo applauso e un metaforico abbraccio finale. In cielo si sono librati palloncini bianchi, liberi e spensierati come lui. A salutarlo anche una coreografia tricolore creata con i fumogeni simboleggianti i colori sociali del San Michele 2009 (verde) e del Vallonga Calcio (bianco e rosso).

La bara di Enrico è stata poi trasportata in cimitero a spalla dagli amici di sempre. Poche centinaia di metri ma per loro ogni passo, lento e cadenzato, ha coinciso sicuramente con un ricordo da suggellare per sempre nell’animo e nel cuore. Dietro di loro un corteo funebre compatto, nutrito e silenzioso.

Prima della tumulazione nell’aria hanno iniziato a riecheggiare leggere le note e le parole de “I giardini di marzo” di Lucio Battisti. Le maglie con il numero 2 del San Michele e il numero 3 del Vallonga, firmate da compagni di squadra vecchi e nuovi, sono state deposte sulla bara e consegnate, con Enrico, all’eternità. —