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Dal florido bosco il ricco commercio della legna e il nome del borgo

La prima traccia risale all’830. Poco dopo l’anno Mille il territorio viene diviso fra l’abate e il vescovo di Padova

FRANCESCO JORI

Non c’è bisogno di dispute filologiche o di ricerche di archivio, per decifrare le origini di Legnaro: basta guardare lo stemma comunale, dove campeggia una robusta radice d’albero. Un tempo, il territorio da queste parti era coperto da boschi, che fornivano legna in gran quantità non solo per il fabbisogno della gente del posto, ma anche per una sorta di export ante-litteram nelle zone vicine. Il nome, eloquente, viene dal latino “Lignarium”.

Quanto alla volpe che figura nella ...

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FRANCESCO JORI

Non c’è bisogno di dispute filologiche o di ricerche di archivio, per decifrare le origini di Legnaro: basta guardare lo stemma comunale, dove campeggia una robusta radice d’albero. Un tempo, il territorio da queste parti era coperto da boschi, che fornivano legna in gran quantità non solo per il fabbisogno della gente del posto, ma anche per una sorta di export ante-litteram nelle zone vicine. Il nome, eloquente, viene dal latino “Lignarium”.

Quanto alla volpe che figura nella parte superiore dello stemma, è legata alla frazione di Volparo, ai confini con il territorio di Polverara.

Il paese è tra i primi a riprendersi dopo i secoli bui delle invasioni barbariche: figura infatti già in un documento del 20 giugno 830, sottoscritto niente meno che dal Papa (all’epoca Gregorio IV). Un paio di secoli dopo, nel 1076, una parte consistente del suo territorio viene data in dono dal vescovo Ulderico al monastero benedettino padovano di Santa Giustina, in quei tempi già affermato come uno dei centri religiosi più importanti dell’Alta Italia.



Una spartizione che divide in due il comune anche nella stessa toponomastica: la parte passata ai monaci viene chiamata “Legnaro dell’abbà” (l’abate che regge la comunità), l’altra prende il nome di “Legnaro del vescovo”. Ma neppure queste autorevoli sponsorizzazioni bastano a risparmiare al paese traversìe di lungo periodo. Le cose vanno bene fino a che rimane autonomo, con tanto di castello e con un podestà che risiede nella contrada di Boccadorsaro; cominciano a incrinarsi quando viene preso in custodia dal vicino Comune di Padova, nel 1234; vanno decisamente male quando nel 1318 arrivano gli Scaligeri, che lo riducono in pessime condizioni.

Nel 1372 Francesco I da Carrara, signore di Padova, fa effettuare ampi lavori di recupero, smantellati appena un anno dopo dall’esercito della Serenissima guidato da Alberto di Correggio, che demolisce pure il castello. Agli inizi del Quattrocento, nella conquista definitiva del Padovano Venezia passa di nuovo da queste parti, stavolta con truppe condotte da tale capitano Saltelli: il quale ne combina tali e tante, da indurre il governo della Repubblica ad aprire un’inchiesta sul suo operato.



Tornata la pace, non cambia il tenore di vita della popolazione, ridotta in una miseria testimoniata fino a qualche decennio fa dai casoni con tetto in paglia, dove lo spazio viene diviso con le bestie: soprattutto con i polli, allevati con cura e poi portati al mercato padovano di piazza delle Erbe per ricavarne un sia pur minimo guadagno.

Intanto, già nel Quattrocento i monaci di Santa Giustina cominciano a costruire a Legnaro la splendida Corte benedettina destinata a diventare il centro sociale, ma anche economico e politico del paese, e che nei secoli successivi si arricchisce di una serie di altri edifici: cominciando dal Cinquecento, quando viene completata l’ala di nordest adibita a residenza dei monaci, e si realizza quella destinata a magazzino.



Quando arriva Napoleone, nel 1797, la Corte viene requisita, e le corporazioni religiose soppresse. Nel 1810 passa allo Stato, che a sua volta nel 1836 la cede a Ermanno Todesco, banchiere e imprenditore ebreo con residenza a Vienna. Ma il proprietario non l’ha comprata solo per una forma di investimento: fa costruire l’ala ovest con la stalla e il fienile. La morte, nel 1844, blocca i suoi progetti, e i figli non ne vogliono proprio sapere: dieci anni dopo cedono la proprietà ai conti Camerini. —

(43, continua)