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Violenza sessuale su una donna confermata la pena al migrante

La Corte d’Appello di Venezia  concorda con la condanna inflitta a Jerry Ogboru ospite nell’hub di San Siro  dal Tribunale di Padova

BAGNOLI. Nessuno sconto. «Un segnale forte per confermare che di fronte a reati così efferati non si può che pretendere e avere piena giustizia». Anna commenta così, per bocca del suo legale, la notizia che la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la pena a 6 anni e 4 mesi di reclusione per Jerry Ogboru, nigeriano di 27 anni, ospite del centro di accoglienza di San Siro a Bagnoli di Sopra. Anna, quarantenne del posto, è un nome di fantasia.

Non è invece fantasia, purtroppo, quanto capitato ...

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BAGNOLI. Nessuno sconto. «Un segnale forte per confermare che di fronte a reati così efferati non si può che pretendere e avere piena giustizia». Anna commenta così, per bocca del suo legale, la notizia che la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la pena a 6 anni e 4 mesi di reclusione per Jerry Ogboru, nigeriano di 27 anni, ospite del centro di accoglienza di San Siro a Bagnoli di Sopra. Anna, quarantenne del posto, è un nome di fantasia.

Non è invece fantasia, purtroppo, quanto capitato alla donna la sera del 17 marzo 2017: Anna, quella sera, stava correndo lungo la pista ciclabile della frazione. Una corsa come tante altre, per una donna amante dello sport. Un uomo di colore, che poi risulterà essere proprio Ogboru, l’aveva colta di sorpresa e spinta verso un campo, mettendole le mani addosso con il chiaro intento di abusare sessualmente di lei. La donna era riuscita a divincolarsi, lo aveva graffiato al volto (segni visibili anche quando i carabinieri lo hanno individuato e arrestato) riuscendo ad arrivare fino alla strada e a chiedere aiuto a un automobilista. Ogboru si era dileguato, abbandonando bici e cappellino sul posto. Anna non ha avuto il minimo dubbio: quell’episodio andava denunciato, immediatamente.

Le indagini dell’Arma sono arrivate al nigeriano ventisettenne in tre giorni. È così emerso che lo stesso africano, arrivato in Italia nel luglio 2016 dalla Libia, aveva tentato – in parte riuscendoci – di violentare un’altra donna, più volte, un mese prima dell’aggressione ad Anna. La donna, un ventiduenne del posto, non aveva però voluto denunciare. I graffi sul volto, le tracce del dna e i telefoni cellulari recuperati nell’armadietto in cui il profugo dormiva, nell’hub di Bagnoli, non hanno lasciato scampo al violentatore seriale, che è stato arrestato. E che, ad ottobre, è stato condannato a 6 anni e 4 mesi di carcere, 3. 200 euro di multa, l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, 50 mila euro come provvisionale (il resto del risarcimento lo stabilirà il giudice civile) e l’espulsione a pena espiata. Per lui il pm, Daniela Randolo, aveva chiesto anche meno: 4 anni e 10 mesi, oltre a una multa da 22 mila euro. «I apologize to my victims... Chiedo scusa alle vittime», non erano bastate le scuse del migrante in aula. Il giudice, evidentemente, aveva alzato l’asticella anche per tenere conto dello sconto di pena dovuto al rito abbreviato. «Ora è arrivata la conferma dalla Corte d’Appello, dove era stato depositato un ricorso» spiega Nathalie Tomaselli che, con la collega Marina Infantolino, si è costituita parte civile per Anna. «È stata confermata la condanna di primo grado e questo è un forte segnale, come peraltro lo era già stata la condanna superiore alla richieste del pubblico ministero: la giustizia non ha fatto sconti per un crimine così efferato».

Nicola Cesaro .