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Un secolo fa l’addio a Vescovana dopo la lite sui costi di una ringhiera

Nel 1914 la prima seduta di consiglio del nuovo Comune Nel secondo dopoguerra in mille a Torino per un lavoro

FRANCESCO JORI

C’è chi la secessione la predica da sempre, salvo rimetterla precipitosamente nell’armadio quando capisce che non è aria; e c’è invece chi la promette, e poi la fa sul serio. La gente di Granze, la sua secessione l’ha fatta, e nemmeno tanto indietro nel tempo: diciamo un secolo fa, quando il paese era di fatto una “dépendance” della vicina Vescovana. Un’ aggregazione che stava decisamente stretta agli abitanti, ancorché potessero godere di una loro larga autonomia, compresa una ...

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FRANCESCO JORI

C’è chi la secessione la predica da sempre, salvo rimetterla precipitosamente nell’armadio quando capisce che non è aria; e c’è invece chi la promette, e poi la fa sul serio. La gente di Granze, la sua secessione l’ha fatta, e nemmeno tanto indietro nel tempo: diciamo un secolo fa, quando il paese era di fatto una “dépendance” della vicina Vescovana. Un’ aggregazione che stava decisamente stretta agli abitanti, ancorché potessero godere di una loro larga autonomia, compresa una rappresentanza ufficiale nel consiglio comunale, un po’ come accade oggi alle minoranze slovene in Regione Friuli-Venezia Giulia o a quelle ladine nella Provincia autonoma di Bolzano. Come per gli Stati Uniti d’America la molla per la rottura nei confronti della madre-patria britannica è rappresentata dall’introduzione di una tassa, quella sul the, anche a Granze, naturalmente fatte le debite proporzioni, a mettere in moto la slavina è stata una questione di natura economica.



All’ordine del giorno del consiglio comunale di un giorno del 1910 figura una delibera che prevede la spesa di 350 lire per l’installazione di una ringhiera in un balcone che dà sul cortile delle scuole elementari di Granze. Purtroppo non esistono cronache dettagliate di quella storica serata, che dev’essere stata comunque particolarmente infuocata: perché già il giorno dopo i consiglieri comunali, che rappresentano il piccolo centro, vanno a collocarsi sull’Aventino. Subito dopo in paese si forma un comitato di agitazione, che convoca per il 17 giugno una pubblica assemblea aperta a tutti i 160 cittadini iscritti nelle liste elettorali. La partecipazione, considerando i tempi, risulta decisamente numerosa: si presentano infatti in 93, che alla fine dell’incontro sottoscrivono una petizione indirizzata al sindaco e al consiglio comunale di Vescovana, per manifestare l’intenzione di scindersi e di dar vita a un municipio autonomo. Ci vuole qualche anno, ma comunque molto meno di quelli riservati oggi, giusto per fare un esempio, ai Comuni veneti che vogliono traslocare nelle due vicine regioni a statuto speciale: l’1 maggio 1913 la Camera dei deputati approva il relativo disegno di legge; e il giorno seguente fa altrettanto il Senato del Regno. Il 20 agosto 1914 si riunisce per la prima volta il consiglio comunale di una Granze che, diventando un’amministrazione municipale completamente autonoma, ha anche recuperato le sue antiche radici.



Una figura particolarmente popolare a Granze, anche se arrivata da fuori, è quella di un prete cittadellese, mandato come parroco nel 1922 e rimasto per quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1963: don Augusto Rebellato, cui il Comune decide nel 1988 di dedicare una strada, nel venticinquesimo anniversario della scomparsa. Quando entra in paese per la prima volta, il clima legato all’avvento del fascismo è già teso anche in quella piccola comunità: volano insulti al suo indirizzo perfino durante la processione del Venerdì santo; e molte volte si interpone di persona tra la gente e le associazioni del posto, e i capetti locali che cercano di intimidirle. Così un po’ alla volta si conquista la fiducia degli abitanti, rivitalizza i gruppi parrocchiali, fonda un coro che vincerà premi a livello diocesano, dà vita a una compagnia filodrammatica, restaura la chiesa, nel 1951 riesce a far costruire una scuola materna. Nel secondo dopoguerra, a causa della miseria diffusa, un migliaio di persone lasciano Granze per Torino, dove la presenza della Fiat e di altre industrie sta creando posti di lavoro. Don Augusto continua ad assistere quelli che restano, privandosi di tutto ciò che ha. Muore a 82 anni di età, e viene sepolto al centro del cimitero del paese, sotto una piccola croce di pietra. — (42, continua)