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«Non credo a Meriem c’è chi la strumentalizza»

Il difensore della ragazza di Arzergrande, condannata a 4 anni per terrorismo e ora in un campo in Siria, sostiene che il padre è sempre stato in contatto con lei

ARZERGRANDE. «Il padre non ha mai perso i contatti con la figlia, ha sempre saputo tutto di lei, ma non ha mai voluto parlare». Non nasconde il suo scetticismo l'avvocato Andrea Niero, difensore d'ufficio di Meriem Rehaily nel processo che l'ha vista condannata in contumacia a 4 anni dal Tribunale di Venezia per terrorismo, commentando all’Ansa la presunta svolta nel caso della foreign fighter di origini marocchine cresciuta in paese e allontanatasi di casa nel luglio del 2015. Meriem è stat ...

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ARZERGRANDE. «Il padre non ha mai perso i contatti con la figlia, ha sempre saputo tutto di lei, ma non ha mai voluto parlare». Non nasconde il suo scetticismo l'avvocato Andrea Niero, difensore d'ufficio di Meriem Rehaily nel processo che l'ha vista condannata in contumacia a 4 anni dal Tribunale di Venezia per terrorismo, commentando all’Ansa la presunta svolta nel caso della foreign fighter di origini marocchine cresciuta in paese e allontanatasi di casa nel luglio del 2015. Meriem è stata scovata da un reporter del Giornale che l’ha incontrata in una tendopoli di Roj in Siria, in un uno dei campi di custodia dove i Curdi tengono gli jihadisti stranieri catturati mentre erano in fuga da Raqqa. L’ex studentessa oggi ha 22 anni ed è diventata a madre di due bimbi avuti dal marito palestinese, che come lei aveva prestato giuramento all'Is. «Io vedo» dice ancora Niero «una regia dietro al caso di questa ragazza. Viene sempre fuori una notizia quando c'è un calo di interesse sulla vicenda. E ogni volta una versione diversa. Io resto della mia idea: Meriem viene utilizzata da qualcuno». Per Niero vi sono molti punti oscuri nella sparizione, nella descrizione che si è fatta di lei e in quanto è avvenuto dopo la sua fuga dall'Italia. «Non si è indagato sulle sue amicizie» aggiunge alludendo a chi l'ha aiutata a raggiungere la Siria «o magari gli accertamenti ci sono stati ma non sono stati resi noti». Il legale non crede neppure all'immagine di una Meriem hacker consumata, genio dell'informatica, quanto piuttosto ad una studentessa con normali conoscenze della rete. Si dice poi poco convinto del suo pentimento. «Se fosse realmente pentita chiederebbe veramente scusa» conclude «il rischio è invece che tornata in Italia e scontata la pena continui a fare proselitismo». Dovesse mai rientrare in Italia per Meriem si aprirebbero le porte del carcere visto che proprio in questi giorni è arrivato l’ordine di carcerazione. La sentenza è andata in giudicato e non c’è stato alcun appello. I rapporti tra lo stesso l’avvocato d’ufficio e la famiglia di Meriem praticamente non esistono. Niero, con le sue parole, ha fatto ben intuire che non c’è mai stata una collaborazione. Sensazione che conferma anche lo stesso Redouane Rehaily, padre di Meriem, che ovviamente scarica le responsabilità sul legale. «L’avvocato» risponde conciso «non si è mai fatto sentire con noi. Come poteva parlare di Meriem e difenderla se non aveva nulla in mano? L’ho incontrato solo una volta e praticamente non lo conosco. Sto cercando di capire come fare a cambiarlo ma di queste cose proprio non me intendo perché, in tanti anni in Italia non ho mai avuto a che fare con la giustizia».