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Un’azienda del Medioevo la grande Corte Benedettina

Un’organizzazione produttiva perfetta in un quadro urbanistico razionalissimo Dall’abate Alberto a Ignazio Suarez, fino ai Melzi D’Eril che la cedettero ai coloni 

Chissà quanto si saranno mangiate le mani, a suo tempo, i coniugi Guido de Crescenzi e signora Giuditta, per quell’atto notarile del 1129 con cui avevano letteralmente svenduto un’estesa porzione del territorio della Bassa padovana al saggio e scaltro abate benedettino Alberto, rettore dell’importante monastero padovano di Santa Giustina: una transazione per la quale avevano incassato la cifra meramente simbolica di 300 lire veronesi. Forse, quella sera, avevano pure tirato un sospiro di sol ...

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Chissà quanto si saranno mangiate le mani, a suo tempo, i coniugi Guido de Crescenzi e signora Giuditta, per quell’atto notarile del 1129 con cui avevano letteralmente svenduto un’estesa porzione del territorio della Bassa padovana al saggio e scaltro abate benedettino Alberto, rettore dell’importante monastero padovano di Santa Giustina: una transazione per la quale avevano incassato la cifra meramente simbolica di 300 lire veronesi. Forse, quella sera, avevano pure tirato un sospiro di sollievo, e magari si erano concessi un piccolo brindisi: perché ritenevano di essersi liberati da un peso. Non che avessero tutti i torti: tredicimila campi, come riportato nel rogito, ma incolti, ricoperti di paludi e del tutto improduttivi. Insomma, una palla al piede. E invece, già la mattina dopo il solerte abate aveva cominciato a darsi da fare, memore della regola di base del santo fondatore del suo ordine, Benedetto: ora et labora, prega sì ma datti anche da fare. Potendo oltretutto contare sulla vasta manodopera di monaci esenti da richieste di ricompense terrene e immuni da agitazioni sindacali, l’abate Alberto era sicuro di aver fatto un affare. Non si era sbagliato. Qualche decennio dopo, gli ex terreni dei coniugi de Crescenzi erano diventati un gioiello; ed è proprio al centro di quell’area che i benedettini eressero la loro Corte, tuttora conservata anzi recuperata alla grande: un insieme di edifici con funzioni sia religiose che laiche.

Il nucleo fondante di Correzzola sta lì, come anche nel nome stesso del paese, che viene da “corrigia”, parola latina che letteralmente significa striscia di cuoio, e che nel caso specifico sta ad indicare una striscia di terra circondata appunto da acque paludose. È da quella condizione che la riscattano i devoti di Benedetto, attraverso la loro Corte: un vero e proprio centro direzionale, con il corpo centrale strategicamente collocato lungo il fiume, l’ala ovest utilizzata come residenza dei monaci ma anche come foresteria per gli ospiti, quella sud adibita a granai, magazzini e fienili; all’interno del complesso ci sono il porcile e il pollaio, alcuni pozzi, un forno, un locale per la tessitura, orti e giardini, e una grande scuderia in grado di accogliere un centinaio di cavalli.

Di riflesso ne beneficia l’intera popolazione della zona, cui viene garantita una relativa sicurezza economica oltre che una sempre gradita pace sociale. Il meccanismo però si incrina nel corso del Trecento: un po’ per le guerre tra Carraresi, veronesi e veneziani che devastano il territorio, un po’ per una tremenda epidemia di peste nera che falcidia la popolazione. Dalla casa-madre di Santa Giustina, i monaci si trovano sempre più in difficoltà nel gestire quel patrimonio, ma comunque la presenza benedettina garantisce una continuità di base.

Nel 1360 Francesco I da Carrara, signore di Padova, fa costruire in zona un castello posto tra le due sponde del Bacchiglione, in modo che il fiume vi scorra all’interno; la fortificazione viene distrutta nel 1373, riedificata cinque anni dopo, e definitivamente abbattuta dai veneziani nel 1405, quando assoggettano Padova e provincia. Con la Serenissima, si stabilisce un lungo periodo di tranquillità: si intensificano le bonifiche dei terreni, e al posto delle vecchie casupole col tetto in paglia i contadini possono sistemarsi in case in muratura. C’è un nuovo periodo di forte crisi verso la metà del Seicento: in parte per una nuova violenta epidemia di peste, molto per una crisi agricola generalizzata che colpisce buona parte dell’Europa dell’epoca, probabilmente a seguito di un ciclo climatico di raffreddamento che si innesca dalla fine del Cinquecento, e che si accompagna a un sensibile aumento demografico. Solamente intorno alla metà del Settecento le condizioni cominciano a migliorare, e per quanto riguarda Correzzola questo è dovuto in larga misura all’arrivo di un nuovo abate, Ignazio Suarez, che dà il via a una serie di migliorìe produttive e riprende gli interventi di bonifica.

La caduta della Serenissima e l’arrivo anche in Veneto delle truppe napoleoniche arrestano la ripresa, soprattutto per i drastici interventi francesi nei confronti delle proprietà religiose. In particolare, la Corte e tutta la realtà che le gravita attorno vengono confiscate, e assegnate al duca di Lodi, Francesco Melzi d’Eril, che è anche vice presidente della Repubblica Cisalpina; il quale per dire il vero non se ne interessa più di tanto. Per fortuna le cose cambiano con il suo erede Ludovico, che rimette in moto le bonifiche introducendo nuove tecnologie per il prosciugamento e l’irrigazione delle terre (nella frazione di Civè viene tra l’altro introdotta un’idrovora a vapore della forza di 50 cavalli), e avvia un riordino sia delle colture che degli allevamenti; il complesso viene gestito da sua moglie Josephine, che affitta le campagne sia ai contadini già residenti, sia ad altri arrivati da zone vicine, allettati dalla prospettiva di poter ricavare un qualche sia pur modesto guadagno. Alla fine della prima guerra mondiale, l’intera proprietà viene ceduta dai Melzi agli agricoltori del posto, suddividendoli in tanti piccoli lotti.

Nella seconda guerra mondiale, c’è un episodio che riguarda da vicino la vita del paese, e la cui testimonianza è venuta alla luce solo di recente: l’11 marzo 1944 nei cieli di Correzzola si combatte una battaglia aerea tra la formazione dei “Macchi 205” guidati dal capitano Adriano Visconti, della Repubblica Sociale Italiana, e un gruppo di cacciabombardieri anglo-americani che stanno facendo rotta verso nordovest per andare a bombardare Padova, Treviso e Venezia, in quel momento sotto controllo nazifascista. Gli alleati perdono undici velivoli, gli italiani tre: uno precipita in mare vicino a Venezia, un altro riesce comunque ad atterrare vicino ad Adria, il terzo finisce nella campagna attorno a Correzzola, schiantandosi a otto metri di profondità: i suoi resti sono stati trovati nel novembre 2006, anche per merito di un pensionato settantenne, Mirco Tesser, che all’epoca era stato testimone dello scontro.

(33, continua)