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Lo sbocco padovano al mare Patrimonio dell’umanità

Il ruolo di Alvise Cornaro, nobile umanista e illuminato, che strappò alla laguna migliaia di ettari di palude, trasformandola in terreni fertili coltivati a ortaggi

Quando uno spirito libero e beffardo non solo pianta le tende a lungo in un luogo, ma vi si trova pure bene al punto da liberare la propria vena creativa, vuol dire che di quel posto c’è da fidarsi. Per Codevigo, depone il fatto che vi abitò per ricorrenti periodi nella prima metà del Cinquecento Angelo Beolco, meglio noto come il Ruzante, ruvido quanto sapido cantore di una “patavinitas” agreste, legata alla terra e ai suoi umori, ironica quanto basta per distruggere ogni mito, ribelle quan ...

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Quando uno spirito libero e beffardo non solo pianta le tende a lungo in un luogo, ma vi si trova pure bene al punto da liberare la propria vena creativa, vuol dire che di quel posto c’è da fidarsi. Per Codevigo, depone il fatto che vi abitò per ricorrenti periodi nella prima metà del Cinquecento Angelo Beolco, meglio noto come il Ruzante, ruvido quanto sapido cantore di una “patavinitas” agreste, legata alla terra e ai suoi umori, ironica quanto basta per distruggere ogni mito, ribelle quanto basta per dare voce alla povertà che però si rifiuta di farsi mettere in ginocchio da chicchessia, per quanta autorità rivesta.

Nei suoi soggiorni a Codevigo, d’altra parte, Ruzante è ospite di un altro bello spirito, molto diverso da lui per formazione e temperamento, ma in un certo qual senso complementare: qui Alvise Cornaro, celebre umanista veneziano, si è fatto costruire per i suoi raffinati ozi estivi una dimora che qualcuno attribuisce al Falconetto (già da lui utilizzato a Padova per la Loggia e l’Odeo che portano il suo nome, accanto al Santo), e di cui si può tuttora ammirare il ricordo nel centro del paese. Ma oltre a godersi la vita, Cornaro incentiva anche una vasta azione di bonifica di un ampio territorio paludoso, fagocitato per larghi tratti dalla laguna veneziana; in tal modo si riesce a recuperare alla produzione agricola ampie aree di terreno fertile, oggi in larga parte dedicato alla coltivazione del radicchio chioggiotto.

Le radici sono comunque remote, quasi certamente almeno di epoca romana, come segnala il nome stesso del paese: Caput Vici, vale a dire un centro abitato a capo di altri villaggi. Una realtà tale da far gola anche agli avversari di Roma, se è vero che assieme a Rosara (oggi una sua frazione) e a Merlara (oggi Cambroso) costituisce uno dei tre “vici” conquistati nel 302 avanti Cristo dal principe spartano Cleonimo in una sua incursione nel Basso veneto, dopo essere sbarcato sulla costa adriatica: avventura subito stroncata dalla già potente Patavium, che ricaccia il nemico sul bagnasciuga e si riprende il maltolto. Dopo la lunga parentesi barbarica, il Comune torna a popolare le pagine della storia nel 98, con un atto di donazione sottoscritto da tale Domenico fu Roberto che omaggia il monastero della Santissima Trinità di Brondolo di una serie di terreni e di rendite “in loco et fundo Caput de Vicco”; l’atto notarile è corredato da una mappa che rappresenta di fatto la prima carta geografica ufficiale del territorio, mostrandone la grande estensione in parte coperta dalle acque della laguna, e in particolare dalla valle Millecampi, una delle più suggestive dell’intero bacino.

Quando la Padova dei Carraresi estende il suo controllo fino alla parte meridionale della provincia, fa costruire un efficiente sistema difensivo che fa perno su una serie di torri di avvistamento: scelta oculata, visto che dall’altra parte del confine c’è una delle superpotenze dell’epoca, la Serenissima; ma che non basta a evitare la sconfitta totale, nel 1405. I veneziani si distinguono quasi subito per le qualificate opere di ingegneria idraulica volte a salvaguardare la laguna dall’interramento causato dai fiumi che vi sboccano (in quell’area, soprattutto Brenta e Bacchiglione); ma siccome, quando ci sono da stabilire delle priorità, prima di tutto pensano alle cose di casa loro, tra i vari interventi attuano il taglio della “brenta nova”, a seguito del quale l’intera zona di Codevigo viene esposta a ripetute alluvioni che rendono il territorio paludoso e malsano; al punto che in molti lasciano le loro case per emigrare altrove, e bisognerà aspettare l’illuminato risanamento ambientale voluto da Alvise Corsaro per ripristinare l’equilibrio attraverso le bonifiche.

Oltre al nucleo principale del capoluogo, l’ambito comunale conta una serie di centri oggi frazioni, ciascuno con una sua storia robusta. Cominciando da Cambroso, il cui nome sembra derivare da Ambrosius (“Casa Ambrosii”): la sua chiesa intitolata a San Benedetto è a lungo cappella della pieve di Piove di Sacco, come risulta da diversi documenti (il primo dei quali datato 3 settembre 1129), dai quali peraltro emerge anche una situazione di estrema povertà. Ancora più retrodatate sono le origini di Conche, che compare già in un atto relativo a una questione di confini del giugno 919; una presenza che diventa più corposa il 15 marzo 1107, come risulta da una disposizione del vescovo di Padova Sinibaldo, che rappresenta di fatto l’atto di nascita della parrocchia di Conche. Peraltro decisamente striminzita, visto che nel 1489 la cura d’anime del suo titolare risulta limitata ad appena tre famiglie, e nel 1698 arriva a un massimo di 111 fedeli; al punto che nel 1807 il vescovo Dondi dall’Orologio decide di accorparla con quella di Calcinara.

Può vantare radici romane, proprio come il capoluogo, Rosara (probabilmente dal gran numero di rose selvatiche che all’epoca ne popolano il territorio), la quale ha la fortuna di trovarsi sul tracciato di una delle principali autostrade dell’epoca, la via Popilia che collega Adria con Altino; qui i Carraresi costruiranno nel Trecento una delle loro fortezze in funzione anti-veneziana. E agganci romani vanta pure l’attuale Santa Margherita (un tempo Calcinara), così chiamata solo dal 1966: è passata alla storia soprattutto per un’aspra contesa (una vera e propria “guerra del sale”) tra padovani e veneziani legata alle saline realizzate per rifornire Padova; alla fine la spunta Venezia. Calcinara – Santa Margherita è nota anche per le numerose chiese che vi sono state costruite, ma che sono state regolarmente distrutte dalle acque: simbolo della precaria condizione di una terra di confine, dove la natura ha spesso imposto un pesantissimo tributo, l’ultima volta in occasione della devastante alluvione del 1966; la stessa che ha sommerso Venezia, e che da queste parti non si è fermata neppure davanti ai morti del cimitero. Scene che le generazioni più anziane del paese ancor oggi non sono riuscite a dimenticare.

(31, continua)