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Il gran “male agli ossi” degli antichi patavini

Martina, per sei mesi chiusa in laboratorio a studiare i resti di cinquanta tombe rinvenute in via Gradenigo e quelli della danzatrice Toreuma dalla caviglia dolente

PADOVA. E’ stata per sei mesi chiusa in uno stanzone in compagnia della polvere dei secoli e della musica di Fedez, a pulire, osservare, pesare, misurare, contare le ossa, per lo più combuste, provenienti dalla necropoli della Patavium romana rinvenuta in via Gradenigo.

«Studio antropologico dei resti umani cremati» il titolo della tesi che ne è venuta fuori, con la quale Martina Friziero, 24 anni, padovana, si è laureata in marzo. Dottoressa in Scienze archeologiche, proprio quello che sognava di diventare fin da piccola. «Sì era la mia idea fissa, ho frequentato il Tito Livio per questo; adesso voglio fare specializzazione e master», racconta, sorridente. Grazie a una sinergia tra Francesca Veronese funzionaria del museo Archeologico, Alessandro Cangi, docente di Antropologia (relatore della tesi) e Cecilia Rossi, ricercatrice specializzata nelle necropoli di Patavium, è stata data a Martina la possibilità di piazzarsi nei depositi dei musei e nel laboratorio di archeologia dell’università a Ponte di Brenta a fare le ricerche per la tesi.

Ha lavorato su 50 tombe, risalenti al I e II secondo d.C. (l’età “aurea” e opulentissima della Padova romana, quella di Tito Livio, durante la quale era costume bruciare i morti su una pira e metterne una parte delle ossa combuste dentro un’urna e seppellirla) scavate 10 anni fa in via Gradenigo. Migliaia e migliaia di frammenti ossei ancora immersi nella terra, da pulire uno per uno con spazzolini umidi e con la pazienza di Giobbe.

Per capire, con occhi, mani e scienza, il sesso della persona alla quale i resti appartenevano (dalle ossa del bacino e dalla maggiore fragilità nel caso delle donne), l’età (evinta dal livello di sutura delle ossa del cranio e di tutto il corpo), lo stato di salute. Il risultato dello studio ha riempito un’intera, corposa tesi dalla quale estrarre almeno due “chicche”. Insomma, due archeo scoop. Il primo riguarda la salute dei patavini al tempo di Tito Livio: la maggior parte delle 50 persone le cui spoglie sono state analizzate, era afflitta da osteoartrosi. Il che significa una malattia progressiva, la stessa di oggi, causata da lavori pesanti, dal trasportare sulle spalle pietre o anfore piene di merci magari da caricare sulle navi nell’affollatissimo porto fluviale (riviera Ponti Romani dove scorreva il Medoacus).

Patavini gran lavoratori ma con lancinanti mal di schiena, già da molto giovani. Per inciso, allora, la vita media era di una quarantina di anni. Il secondo archeo scoop riguarda un’appendice della tesi, uno studio specifico sull’affascinante, giovanissima artista Claudia Toreuma, schiava liberta di Tiberio, la cui ricercata sepoltura è stata rinvenuta nel 1821 in via Armistizio.

«Noi archeologi siamo portati a catalogare, perdiamo di vista il fattore umano» spiega Francesca Veronese «Ma quelle ossa erano persone e noi, qui al museo, abbiamo la sepoltura e la testimonianza di Claudia Toreuma, ed è così particolare che abbiamo voluto studiarla con più attenzione. Anche perché ci racconta una storia speciale».

Eccola, la storia. Narrata dalla sua sepoltura: una colonna fusiforme a vista, poggiata su un basamento lapideo con dentro una teca contenente un’urna di vetro azzurrognolo, intatta, a custodire i frammenti delle ossa combuste. L’iscrizione, commissionata da qualcuno che bene conosceva la giovane, ha il sapore di una poesia: «Non ancora ventenne sono sepolta da questa terra, io, Toreuma, famosa per i tanti ioci (danze, pantomime). Consumato felicemente questo breve spazio di vita, sono scampata ai tuoi insulti, o vecchiaia».

Ballerina, artista, giocoliera, schiava liberata, inserita in un ambiente culturale elevato, chissà, si sarà esibita per l’imperatore Tiberio che per Patavium passò, o magari volteggiava nel Teatro Zairo in Prato della Valle, in quello di Montegrotto o sui pavimenti a mosaico di ricche case durante i banchetti. Di cosa Claudia sia morta, non è dato sapere. Si sa invece (da un frammento di tibia) che danzava leggiadra, incurante del gran male a una caviglia, lesionata. Tipica malattia “professionale” delle ginnaste, all’epoca dei romani e oggi.

«O mihi tum quam molliter ossa quiescant» (che io possa trovare un dolce riposo nel sepolcro): la citazione di Virgilio, che più azzeccata di così si muore, appunto, è premessa alla conferenza ad ingresso libero di giovedì 19 aprile alle 18.30 in sala Romanino al museo Eremitani. Francesca Veronese (Museo archeologico); Alessandro Canci, docente di Antropologia prima all’università di Padova ora di Udine) e specializzato in archeologia dei resti umani; la ricercatrice dell’università di Padova Cecilia Rossi e la neo archeo laureata Martina Friziero parleranno appunto di «Patavini di epoca romana: nuovi (straordinari) dati dalle analisi dei resti delle ossa».
 
Racconteranno della giovanissima danzatrice mima giocoliera Claudia Toreuma, il cui monumento funerario è un unicum; di un’altra donna chiamata “La dama allo specchio” la cui sepoltura è venuta alla luce nella necropoli meridionale
di Padova. E di tanti anonimi patavini sepolti nella necropoli di via Gradenigo, i cui corredi sono esposti nelle vetrine del museo: che attività facevano? Quali erano le loro condizioni di vita? Di che malattie soffrivano? Insomma, news dell’archeologia che si fa cronaca e racconta.

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