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Candiana, da Creta a Diana Cacciatrice origine mitica solo presunta

Il paese, con la frazione di Pontecasale, deve la propria esistenza alla donazione che Cono da Calaone fece delle terre ai monaci benedettini che le bonificarono

CANDIANA. Un po’ di fantasia per autopromuoversi non guasta; ma quando si esagera, si rischia di passare il segno.

Lasciamo dunque a un qualche oscuro e presunto esperto di marketing territoriale il volo pindarico di essere arrivato a sostenere che il nome “Candiana” derivi da “Campus Dianae”, con riferimento nientepopodimenoche alla dea Diana, la quale, spinta dalla sua nota passione per la caccia, sarebbe partita dalla nativa isola di Delo per venire ad esercitare il suo hobby proprio qui: ...

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CANDIANA. Un po’ di fantasia per autopromuoversi non guasta; ma quando si esagera, si rischia di passare il segno.

Lasciamo dunque a un qualche oscuro e presunto esperto di marketing territoriale il volo pindarico di essere arrivato a sostenere che il nome “Candiana” derivi da “Campus Dianae”, con riferimento nientepopodimenoche alla dea Diana, la quale, spinta dalla sua nota passione per la caccia, sarebbe partita dalla nativa isola di Delo per venire ad esercitare il suo hobby proprio qui: roba da farla cancellare d’ufficio dall’albo delle divinità.

Non meno fantasiosa è peraltro una seconda interpretazione, che si rifà a una credenza popolare in base alla quale il paese sarebbe stato fondato da un gruppo di esuli fuggiti da Candia, l’attuale Creta. Insomma, con la Grecia, sia essa mitologica o storica, Candiana non ci azzecca proprio per niente.

Documenti molto più attendibili e concreti esistono invece per quanto riguarda le origini del centro abitato dopo il fatidico giro di boa dell’anno Mille.

Si tratta di un documento di cui conosciamo la data esatta (3 novembre 1097), e in cui una sorta di Paperone dell’epoca, tale Cono da Calaone, fa dono di una serie di terreni “in loco Candiana” al monastero di San Michele, retto all’epoca dai monaci benedettini del ramo cluniacense (fondato nel 910 nell’abbazia di Cluny, e distinto da quello dei cistercensi, nati nel 1098 nell’abbazia di Cteaux).

Paperone davvero, e probabilmente anche con l’esigenza di farsi scontare qualche grosso peccato (altra spiegazione non può esserci, visto che all’epoca di 8 per mille non si parlava proprio), dal momento che qualche anno dopo, per la precisione l’1 settembre 1104, fa il bis donando agli stessi monaci tutto ciò che possiede “in loco Ponte de Casale”, attuale frazione di Candiana, così chiamata per la presenza appunto di un ponte sul canale Rebosola, scavato dai benedettini stessi nel quadro di lavori di bonifica dell’intero territorio.

C’è da annotare, a questo proposito, che per secoli Candiana è stata attraversata da un ramo dell’Adige (poi rifluito più a sud) proveniente da Montagnana e destinato a sfociare in Adriatico all’altezza di Chioggia.

Bisogna comunque dire che il munifico Cono da Calaone ha investito le sue proprietà in modo oculato. Il monastero che le riceve in dono, infatti, sorto non molto tempo prima, è destinato a guidare la vita del paese per secoli, superando anche talune vertenze giudiziarie: come la questione di competenza territoriale che nel settembre 1198 lo contrappone all’importante pieve della vicina Conselve.

Giuridicamente, quest’ultima avrebbe i titoli per spuntarla; ma oggi come allora, l’importante è avere le conoscenze giuste. Così i benedettini mettono in campo quella con l’influente patriarca di Grado, e si portano a casa la ragione.

La loro non è solo un’influenza spirituale sugli abitanti del posto: dopo aver bonificato la zona, affidano i terreni recuperati all’agricoltura ai coloni locali con la formula del livello, una sorta di affitto a lungo termine. L’abate è il vero potere forte, e il suo monastero si conquista una fama ad ampio raggio, al punto da richiamare futuri vescovi e cardinali, venuti qui per un periodo di formazione.

Certo, ci sono anche dei periodi bui, specie nel Duecento e Trecento, con le feroci guerre locali prima di Ezzelino, poi dei Carraresi e dei veneziani. E’ il primo soprattutto a lasciare il segno, dopo aver colpito pesantemente pochi mesi prima la vicina Agna: suo bersaglio è il cugino di uno dei suoi peggiori avversari, Jacopo da Carrara, che si chiama Avveduto di nome ma non di fatto. Ezzelino infatti gli distrugge i possedimenti a Candiana, lui resta sul posto, e il suo avversario per completare l’opera ed eliminare alla radice qualsiasi possibile rivendicazione gli taglia la testa.

Le cronache registrano peraltro, a fianco dell’opulenza del monastero di Candiana, le miserande condizioni della chiesa di Pontecasale, documentate dal rapporto di una visita pastorale del 1449: il tempio è ridotto di fatto a un ripostiglio di fieno, paglia e botti di vino, piove dal tetto in più punti, e manca perfino una qualsiasi croce.

E qui c’è da registrare un piccolo giallo dell’epoca: dopo una rapida indagine, viene sospeso il rettore della chiesa, sospettato di essersi messo in saccoccia i soldi espressamente offerti proprio per l’acquisto di un crocefisso da parte di un pio abitante di Pontecasale, ser Antonio De Monte. Misteri della fede.

Il lungo periodo di splendore del monastero si conclude bruscamente nel 1783, quando la Serenissima, ormai alla frutta, trovandosi in pesanti difficoltà economiche e avendo raschiato il fondo del barile, decide d’ufficio di sottrarre i beni fondiari ai monaci di San Michele, per destinarli alle famiglie più in vista di Venezia.

A mitigare il severo giudizio che un simile comportamento potrebbe indurre a formulare sulla Repubblica, c’è da dire che il lungo periodo della dominazione veneziana ha lasciato anche tracce insigni, in particolare villa Garzoni Michiel (nota famiglia di imprenditori) a Pontecasale, la cui costruzione viene affidata nel 1566 a uno degli architetti di più chiara fama, Jacopo Sansovino: ne risulta uno splendido complesso che si articola intorno a un cortile porticato, con un pozzo centrale, sul quale si affaccia una doppia loggia con scalinata affiancata da statue.

Finita la stagione d’oro garantita dalla presenza dei benedettini, Candiana torna a dimensioni più terra-terra, in tutti i sensi: negli anni centrali dell’Ottocento alla tradizionale attività agricola si affianca l’allevamento dei bachi da seta.

Nel secondo dopoguerra, da paese eminentemente legato ai campi cambia nettamente pelle, registrando l’apertura di attività artigianali e industriali di notevole consistenza. Mantenendo così, della secolare presenza dei monaci, almeno la seconda metà del celebre messaggio benedettino, “labora”. Sull’”ora”, beh, è tutta un’altra storia. Ma non solo a Candiana, naturalmente.

(21. continua)