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Basso: "Quarant'anni di guerra contro i tumori per salvare i nostri bambini"

Sta per andare in pensione il direttore di Oncoematologia pediatrica di Padova. Una vita per combattere malattie terribili come le leucemie infantili: "Che oggi si possono guarire" 

Dalla leucemia si può guarire. Il dottore dei bambini: "I miei 40 anni di lotta ai tumori" "I nostri pazienti sono particolari, sono loro i più grandi combattenti e il segnale di resa è da loro che arriva. Lo accettiamo noi e lo accettano i genitori". Il professor Giuseppe Basso, direttore di Oncoematologia pediatrica di Padova, quest'anno andrà in pensione. Ecco il racconto dei suoi quarant'anni in corsia per curare i bambini affetti da leucemie. L'articolo (a cura di Annalisa D'Aprile)

PADOVA. Ha compiuto settant’anni ma i capelli lisci bianchi con qualche filo dorato che gli incorniciano il viso lo fanno sembrare quasi un angelo senza età. L’angelo dei bambini e dei ragazzini con cui condivide lacrime e sorrisi, che da più di quarant’anni cura e sempre più guarisce, nonostante le malattie che li colpiscono siano le più terribili. Il professor Giuseppe Basso, direttore della Clinica di Oncoematologia pediatrica dell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova ha festeggiato con il suo staff - 14 medici più gli infermieri - e i suoi piccoli pazienti. Ma è l’ultimo compleanno che passa in corsia, perché nei prossimi mesi, concluso l’anno accademico, andrà in pensione.

Professore quando ha iniziato a lavorare con i bambini?

«All’Oncoematologia pediatrica ho dedicato la mia tesi, seguito dal professor Luigi Zanesco. Sin dai primi anni di università questo ambito della medicina mi affascinava molto, per queste malattie incurabili - allora - che aprivano la strada alla ricerca e alle terapie innovative. E poi si trattava di salvare bambini».

Come ha imparato ad affrontare il dolore dei suoi piccoli pazienti e a gestire le sue emozioni?

«Il professor Zanesco in questo è stato un grande maestro. Non sono riuscito del tutto a eliminare la componente emotiva, lo sforzo si fa per ragionare in maniera lucida indipendentemente dal paziente che si ha davanti, cercando di separare l’aspetto umano e il rapporto personale dall’obiettività del professionista».

Il calendario dei bambini guariti dal tumore: ne parla il professor Giuseppe Basso Il professor Giuseppe Basso, direttore della Clinica di Oncoematologia Pediatrica di Padova, illustra il suo calendario speciale: quello dei bambini malati di tumore che sono guariti e adesso fanno una vita ricca di emozioni. "Ai genitori di un bimbo malato di tumore dico: siete in un tunnel, sarà faticoso uscirne, ma ce la faremo. Perchè oggi l'80% dei piccoli malati che arrivano nel nostro reparto a Padova, guariscono". (Intervista di Leandro Barsotti)


C’è il rischio di apparire freddi e distaccati?

«Ci sono modi diversi di approcciare il paziente e la famiglia. Noi cerchiamo di fornire tutte le informazioni possibili, senza nascondere nulla, cercando di esaltare gli aspetti positivi, perché oggi le possibilità di guarigione sono molto alte. Io vedo il bicchiere mezzo pieno ed è questo che voglio comunicare, pur senza creare false speranze. Va detto, poi, che i nostri pazienti sono particolari, sono loro i più grandi combattenti e il segnale di resa è da loro che arriva. Lo accettiamo noi e lo accettano i genitori».



Come concilia la sofferenza che vede ogni giorno con la sua fede?

«Sono cattolico ma sono uno scienziato. Credo che se le cose vanno bene è perché sono state assunte le decisioni giuste, gli ingranaggi si sono infilati uno sull’altro correttamente. Ho visto bimbi finire male, crisi familiari, l’arrivo di altri figli che ha dato un nuovo senso alla vita. Bimbi malati che sono diventati uomini e donne. C’è un grande disegno, in cui tutto ha un senso, ciascuno deve conquistare il suo futuro, la sua vita, ma alla fine la quadratura del cerchio c’è».

C’è un caso particolare che ricorda?

«Ne ricordo molti, sia per i successi che per gli insuccessi. Ogni bambino ha le sue caratteristiche, sia personali che cliniche, che rendono ogni caso unico».

Tumori infantili a Padova: il docufilm "Un filo appeso al cielo" Quando ad ammalarsi di tumore è un bambino cambia tutto. Cambia tutto se quel bambino è il tuo bambino.«Un filo appeso al cielo» è un docufilm (20 minuti da guardare tutti d’un fiato) realizzato da Andrea Tomasi, giornalista trentino - in collaborazione con Leonardo Fabbri, Franco Delli Guanti e Jacopo Salvi - per dare un aiuto a chi (i bambini e i loro genitori) è chiamato a combattere (e a vincere la battaglia). Nel docufilm anche una lunga intervista al prof. Giuseppe Basso, di encoematologia pediatrica a Padova. Questo lavoro vuole essere anche uno strumento per raccogliere fondi da destinare al reparto di oncoemataologia infantile di Padova, un reparto di eccellenza che - nell’Italia di oggi - deve fare i conti con i tagli alla sanità.


Come ha vissuto la morte di Eleonora Bottaro (la ragazza malata di leucemia che ha rifiutato le cure ed è morta, ndr)?

«Provo un grande senso di delusione e frustrazione, lo considero un insuccesso nella mia carriera di medico. Indipendentemente dal fatto che abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, appellandoci anche al Tribunale dei minori, quella ragazza era una mia paziente, era sotto la mia responsabilità. E poteva essere salvata».

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Ci sono genitori che guardano con diffidenza alle cure e che è difficile convincere rispetto un percorso terapeutico per il figlio quasi sempre lungo e pesante?

«Le perplessità e le paure dei genitori vanno affrontate, si parla e si discute con loro e in questo è fondamentale la grande dedizione dei nostri medici. Dobbiamo trasmettere la convinzione che al centro c’è sempre e solo la salute del bambino».

Sul tema dei vaccini che posizione ha?

«Costituiscono un grande progresso della medicina, grazie ai vaccini si salvano 17 mila bambini ogni giorno, sono dati che parlano da soli. L’introduzione dei vaccini ha ridotto la mortalità e al di là delle strumentalizzazioni e delle polemiche, nella razionalità la scelta è il vaccino».

Quando ha iniziato sperava che la medicina nel suo campo avrebbe raggiunto i livelli odierni?

«Mi ritengo molto fortunato per aver vissuto e partecipato a grandi successi della medicina, oggi è più facile guarire che non guarire. Abbiamo raggiunto una percentuale di guarigione oltre l’80 per cento nelle malattie peggiori. Nel nostro campo la medicina corre, le tecnologie sviluppate negli anni Ottanta, Novanta e Duemila vanno bene per l’oggi, ma si affacciano nuove frontiere, come la medicina personalizzata che apre la porta a ulteriori progressi».

L’Oncoematologia pediatrica di Padova è un eccellenza livello internazionale. Come si arriva a questi risultati?

«È un lavoro di squadra, servono collaboratori eccellenti, medici, biologi e infermieri. Ci vuole tanto lavoro. Ricerca e attività di laboratorio sono molto sviluppate: si ottiene una buona clinica se c’è una buona ricerca. Il nostro non è un reparto facile, è impossibile non affezionarsi ai pazienti, tutti tornano a trovarci da grandi, sono un po’ come figli anche nostri. Qui si vive di emozioni forti, nel bene e nel male. Dico sempre a chi inizia questo lavoro con me che i nostri pazienti hanno già i loro problemi e noi dobbiamo dare loro solo aiuto».

Da alcuni mesi lei è stato nominato presidente dell’Istituto di Ricerca pediatrica della Città della Speranza.

«Dal punto di vista scientifico la mia carriera deve tantissimo alla Città della Speranza. Se non ci fosse stata non saremmo nella stessa situazione: grazie alla Città della Speranza è stata costruita l’Oncoematologia pediatrica in Azienda ed è stata finanziata la ricerca indispensabile per farci diventare quello che siamo. Le Fondazioni e il volontariato, da solo e in unione con il Pubblico, sono ingredienti vitali. Oggi la ricerca si concentra sull’Oncoematologia, sulla Medicina rigenerativa e le Nanotecnologie, i nostri laboratori lavorano molto bene, abbiamo pubblicazioni importanti, siamo competitivi nel panorama internazionale. Il futuro dipende da noi, da cosa riusciamo a fare. La ricerca costa molto e mancano finanziamenti adeguati nonostante i generosi e fondamentali contributi di enti come Fondazione Cariparo e tanti altri gruppi, enti e associazioni che ci sostengono».

Si sente di avere più dato o ricevuto nel suo lavoro?

«Pochi giorni fa è passato un ragazzo guarito di tumore che oggi studia architettura all’Università di Glasgow. Un bimbo di dieci anni mentre lo visitavo mi ha chiesto se è vero che andrò in pensione fra qualche mese e quando gliel’ho confermato mi ha guardato e mi ha detto “mi dispiace proprio sai”. Cito questi due episodi per dire che ho sicuramente ricevuto più di quanto ho dato e so di aver dato tantissimo, senza mai risparmiarmi. Quello che dico sempre anche ai miei collaboratori è che abbiamo un grande privilegio a lavorare con questi pazienti perché mettono la loro vita nelle nostre mani e ci regalano emozioni straordinarie».
 

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