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Università senza tasse, pro e contro

La proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie ha innescato una discussione piuttosto vivace sui media e in rete

La proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie ha innescato una discussione piuttosto vivace sui media e in rete. Già questo è, di per sé, un risultato interessante. Forse è la prima volta, infatti, che l’università entra nella discussione pubblica e in una campagna elettorale in modo deciso. E non tanto per gli scandali concorsuali, per le riforme sbagliate o per i piagnistei e i trionfalismi (entrambi perlopiù ingiustificati) sulla posizione degli atenei nelle classifiche e nei ranking. Ma per una ragione molto più centrale e decisiva, e cioè quella del diritto allo studio.

Detto questo, ciò che si tratta di capire è se la proposta sia sensata e praticabile. Appena Grasso ha inviato via twitter il messaggio si è scatenata una reazione piuttosto potente soprattutto ad opera di esponenti del Pd, uniti nel ritenere questa idea assolutamente sbagliata, frutto di mancata conoscenza del sistema di tassazione vigente e alla fin fine populistica. Accusa, quest’ultima, che nel corso della campagna elettorale sentiremo rimbalzare da una parte all’altra rischiando, nel minestrone, di rendere il termine stesso (già vago e indeterminato) del tutto privo di senso.

Certo, fa un certo effetto sentire chi propone l’abolizione del canone (tassa presente in tutti Paesi europei e ovunque finalizzata a un’idea di servizio pubblico che si differenzi dalle emittenti private) tacciare di populismo chi propone l’abolizione di una tassa che invece perlopiù ci allontana dagli altri Paesi europei. Cercando di evitare di ragionare per slogan, proviamo a capire di che cosa si sta dunque parlando. In Italia le tasse universitarie ammontano a circa 2000 euro l’anno.

Va sottolineato che si tratta di una media, perché le tassazioni possono variare da università a università e da un corso di studio all’altro. A Padova, ad esempio, la tassa massima corrisponde a circa 2700 euro annui per gli iscritti al corso di studio in Medicina e Chirurgia ed è di circa 2300 per gli studenti dei corsi umanistici. Non tutti però pagano questa tassa. Anzi a ben vedere la tassa intera la pagano solo quelli che rientrano nella fascia di reddito più alta. Per le fasce di reddito inferiori la tassa decresce fino quasi a scomparire per i meno abbienti con buoni risultati di studio.

Ora, se si fa un confronto con quanto accade in altri paesi europei l’Italia è in effetti uno dei paesi con le tasse più alte. A parte Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles che hanno un sistema universitario per molti versi non comparabile, l’Italia è con la Spagna e i Paesi Bassi uno dei paesi con la tassazione più elevata. In Francia le tasse universitarie variano tra i 200 e 500 euro l’anno e in Germania, Danimarca, Scozia, Svezia, Norvegia, Finlandia, gli studi universitari non implicano forma alcuna di tassazione. Definire dunque la proposta di detassazione degli studi universitari insensata e solamente populistica (o addirittura una proposta trumpiana e a favore dei più ricchi in quanto i meno abbienti avrebbero già l’università gratis, come ha dichiarato il ministro Calenda) è perlomeno azzardato.

Se la proposta di Grasso ha dunque un suo senso e una sua coerenza nel cercare di allargare il diritto allo studio, questo non significa che essa sia anche praticabile. E non tanto per il costo diretto. Si è calcolato che l’abolizione delle tasse costerebbe poco meno di due miliardi. Il problema è che se questa misura ottiene il risultato cui mira – un ampliamento del bacino degli studenti universitari e un conseguente aumento dei laureati (vale la pena ricordare che siamo in lotta per la maglia nera in Europa quanto a numero di laureati) – l’università attuale un tale risultato non sembra in grado di sostenerlo. Il numero dei docenti, delle aule, degli spazi laboratoriali, delle biblioteche sarebbe ancora più insufficiente. In questo senso, se vuole davvero uscire da rischi populistici questa proposta non può presentarsi come un atomo isolato, ma deve diventare uno degli elementi di un discorso

complessivo intorno al modello di società che si vuole costruire e al ruolo che si vuole assegnare in esso all’istruzione e alla ricerca: un ruolo che senza demonizzare le sue funzioni applicative non sia pensato sempre e solo in termini strumentali rispetto al mercato.
 

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