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Brugine: agricoltura e commercio per due stelle e due comete

Una volta strappato ai Carraresi il paese divenne luogo di investimenti  e residenza dei patrizi veneziani, la cui testimonianza maggiore è villa Roberti

BRUGINE. Due in uno.

Non si può parlare di Brugine senza associarle la frazione di Campagnola: lo spiega bene un patto di ferro sancito nel curioso stemma del paese, impossibile a interpretarsi a prima vista, con quelle due comete affiancate e quelle due stelle nella parte bassa.

Ma la chiave di lettura sta proprio lì: nel cammino parallelo di due località, agricola l’una (Brugine), commerciale la seconda (Campagnola); ...

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BRUGINE. Due in uno.

Non si può parlare di Brugine senza associarle la frazione di Campagnola: lo spiega bene un patto di ferro sancito nel curioso stemma del paese, impossibile a interpretarsi a prima vista, con quelle due comete affiancate e quelle due stelle nella parte bassa.

Ma la chiave di lettura sta proprio lì: nel cammino parallelo di due località, agricola l’una (Brugine), commerciale la seconda (Campagnola); e siccome nella tradizione popolare le comete sono portatrici di sventura, ecco che l’araldica ha abbinato loro due stelle normali che indicano le rispettive parrocchie, il Santissimo Salvatore per il capoluogo, e Santa Maria per la frazione.

La storia orale tramandata da una generazione all’altra vuole che in passato fossero divise da un aspro campanilismo, ma che poi la fede le abbia condotte a riconciliarsi e quindi a salvarsi; come sta a testimoniare la scritta che accompagna la versione originale dello stemma, “Se Marte e Bellona mi distrussero, il Salvatore e Sua Madre mi benedissero”.



Per entrambe le realtà c’è comunque alle spalle una storia antica, testimoniata da un altro pezzo di uno stemma insolitamente ricco di informazioni: la corona turrita che lo sormonta, simbolo di un antico castello risalente al periodo longobardo, e del quale peraltro non rimane più traccia.

La zona in ogni caso è stata abitata ancor prima, grazie anche al fatto di essere stata attraversata a suo tempo dai due principali corsi d’acqua del Padovano dell’epoca: il Retrone, odierno Bacchiglione, e il Medoacus minor, ramo secondario dell’attuale Brenta, poi deviato dal Comune di Padova sulle soglie del Duecento per farlo confluire nell’alveo principale del fiume.

E questa situazione orografica favorevole aveva anche dato vita alla realizzazione di un porto fluviale a Campagnola, come testimoniato ancor oggi dall’esistenza di una località chiamata Porto.

La presenza generosa dell’acqua aveva inoltre messo a disposizione dell’uomo una terra fertile, e lasciato altri segni, alcuni sopravvissuti fino a oggi (a Brugine c’è una località di nome Arzarini), altri arrivati a ridosso della contemporaneità: nel sottosuolo ci sono zone sabbiose e pozzi artesiani che hanno garantito le forniture idriche alla popolazione fino all’avvento relativamente recente dell’acquedotto.

Tuttora il territorio comunale è attraversato da tre fiumiciattoli, la Schilla, l’Altipiano e il Fiumicello, utilizzati per l’irrigazione delle colture agricole.

Proprio queste risorse naturali determinano una svolta rilevante per la gente del posto quando, nel 1405, Venezia ha ragione una volta per tutte della signoria padovana dei Carraresi e si annette l’intera provincia. Quelle terre così generose nel garantire i prodotti dei campi diventano un patrimonio prezioso da assegnare ai patrizi, che possono così acquisire estensioni molto ampie dando vita ad aziende agricole in cui viene largamente impiegata la manodopera locale, peraltro a condizioni capestro che rendono la vita del fittavolo particolarmente dura.

Ma siccome i signori hanno anche buon gusto, decidono di farsi costruire in loco delle sontuose ville per venirvi a trascorrere ameni soggiorni di campagna. Sono quattro in particolare le famiglie nobili che associano il loro nome alla vita di Brugine durante la dominazione della Serenissima: i Buzzaccarini (nella cui residenza dell’epoca oggi sono ospitate le scuole elementari di Campagnola), i Fringimelica, i Lazara e i Roberti.

La splendida villa di questi ultimi è oggi tra le più note nel Veneto, e non soltanto, per ospitare uno dei più rinomati mercatini di antiquariato e di vecchi oggetti.

Sorto sui resti di un antico castello di proprietà dei Maccaruffo, il complesso, con la sua barchessa e il suo parco, data nella prima metà del Cinquecento, sulla base di un progetto firmato da una sorta di Renzo Piano dell’epoca: Andrea della Valle, architetto ricercatissimo, famoso quanto due suoi colleghi contemporanei della fama di Palladio e Sansovino; alle porte del suo studio c’è la fila, composta soprattutto da committenti pubblici, tra i quali quelli che gli affidano parte della risistemazione della Basilica di Santa Giustina in Padova. Perciò, quando la famiglia Roberti, di origini emiliane, decide di farsi la casa di campagna, è proprio a lui che si rivolge, certa di investire bene il proprio denaro.

Chi visita oggi l’edificio si accorge che i titolari a suo tempo non hanno proprio badato a spese: i grandi affreschi con scene mitologiche che coprono le intere pareti del grande salone al piano nobile sono stati firmati secondo alcuni da Paolo Caliari, detto il Veronese; ma un’interpretazione più accreditata e diffusa li attribuisce in realtà a un suo allievo, Gian Battista Zelotti: artista comunque di valore, visto che un intenditore come Palladio nel suo celebre Trattato lo indica come uno “tra i più singolari ed eccellenti pittori” del suo tempo.

Se gli abitanti e gli ospiti della villa se la passano bene, non altrettanto si può dire per la popolazione, il cui tenore di vita rimane decisamente basso attraverso i secoli, chiunque sia al potere: la situazione non cambia sotto la Serenissima, né nel rapido successivo passaggio di consegne tra francesi e austriaci, e neppure con l’ingresso del Veneto nel Regno d’Italia.

Così anche Brugine dà la sua pesante quota all’emigrazione di massa che dissangua la regione; e il vento non cambia neppure tra le due guerre mondiali del Novecento. Nella seconda delle quali il paese ricorda un eroico giovane caduto per mano dei tedeschi: Giuseppe Caron, ucciso a Stra il 29 aprile 1945, proprio nelle ultimissime battute del conflitto; a lui oggi è intitolata la scuola media del paese.

Solamente nel secondo dopoguerra gli effetti del boom economico, che porta rapidamente il Veneto dalla miseria al benessere, si fanno sentire anche da queste parti; e alla tradizionale attività legata ai campi si affianca un progressivo sviluppo industriale, che vede l’insediamento di aziende innovative e offre concrete alternative occupazionali ai giovani. Le due comete, finalmente, hanno finito di portare disgrazie.

(15, continua)