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Posta dal Vaticano

Il Papa scrive ai detenuti del Due Palazzi

I componenti del coro del carcere, interni e esterni volontari, avevano fatto avere una missiva a Francesco. E lui ha risposto

PADOVA. Alla fine della consueta prova del lunedì del coro Due Palazzi, nell’auditorium del settore scuola con i manifesti di vecchi film dipinti sulle pareti, Armand David, 40 anni, detenuto-pasticciere, tira fuori dalla tasca una busta. E la apre.

«Ci ha risposto, si è messo alla scrivania e ha voluto scriverci a mano la sua risposta!» annuncia senza grancassa ma con il sorriso a risucchiargli l’intera faccia. Il cartoncino è color bianco-crema, ha il timbro papale, è rivolto al coro Due Palazzi di Padova, è scritto con la stilografica ed è firmato «fraternamente, Francesco». Dove per Francesco è da intendersi il papa. Papa Francesco.

E se ci invitasse a Roma? Tutti intorno ad Armand: la lettera compitata ad alta voce e il coro (composto da un numero variabile tra i 20 e i 30 detenuti e volontari esterni) che si lancia in iperbolici sogni di andare a cantare in sala Nervi a Roma per Francesco, perché no magari il 17 dicembre quando compirà 80 anni, oppure di averlo al Due Palazzi di Padova e via volando con Pindaro. La vicenda ha inizio un mese fa e ruota attorno ad Armand David, in carcere da 12 anni e con altri otto da scontare. Mamma greca e papà albanese, parla cinque lingue e si diverte con i dialetti italiani, triestino in testa.

Sei anni fa ha incontrato don Marco Pozza, 38 anni, che del carcere è il cappellano, e che conduce su Tv2000 il programma "Padre nostro", ogni puntata introdotta da Francesco in persona. Un incontro decisivo, l’inizio di un cammino di fede: Armand nel 2013 in Duomo riceve il battesimo, studia, approfondisce, gode di permessi e li trascorre in seminario o in vescovado con Claudio. Dove per Claudio è da intendersi il vescovo.

Già nel novembre 2016, 27 detenuti assieme a don Pozza andarono in udienza da papa Francesco e Armand, che di penna e di lingua è assai sciolto, gli lesse un suo messaggio. Due settimane fa, il secondo incontro col pontefice sempre tramite don Pozza ma con venti minuti di un papale tu per tu. Insomma, quasi amici. Armand, specializzato in creme e cioccolate alla cooperativa Giotto, è uno dei componenti del coro Due Palazzi.

E qui una rapida digressione canora. Cinque anni fa i Coristi per Caso, associazione padovana, si mossero per portare l’esperienza corale, il fare gruppo attorno e attraverso la musica, all’interno della casa di pena Due Palazzi (600 detenuti) come attività legata al Cpia (Centro provinciale istruzione adulti) ovvero alla scuola del carcere: ci riuscirono, grazie a una docente interna, Daniela Lucchesi diventata poi corista. Poi è nata anche una collaborazione con il laboratorio teatrale gestito da Cinzia Zanellato.

Un foglio mal strappato. Un mese fa, durante una prova, Armand comunica di essere in partenza alla volta di Roma con don Pozza per partecipare alla trasmissione su Tv2000 e chissà, «magari ci scappa un incontro con Francesco»: in fretta e furia, su un foglio mal strappato da un brutto blocco ché altro non c’era, i coristi, tra i quali parecchi musulmani, scrivono una lettera da portare al Papa. Così, un saluto senza pretese.

«Caro Francesco, siamo il coro Due Palazzi di Padova. Vogliamo portarti il nostro pensiero assieme alla speranza un giorno di venire a cantare per te. Ti ringraziamo per quello che sei e per quello che fai. Ti mandiamo un caro saluto e un abbraccio». E l’incontro c’è stato: «Ero nello studio del Papa» racconta Armand «prima con don Pozza e poi soli io e lui. Abbiamo anche pregato per mia mamma che sta male. Poi ho tirato fuori la lettera del nostro coro e gliela ho letta; lui si è seduto al tavolo, ha preso carta e penna e ha risposto».

Vi ringrazio per ciò che fate. Calligrafia chiara, lettere rotonde, aperte: «Al coro Due Palazzi di Padova. Ringrazio la lettera che mi avete mandato. E voglio ringraziarvi per quello che fate», seguono righe sul senso della presenza esterna in carcere e poi il saluto: «Pregherò per voi e voi non dimenticatevi di pregare per me. Fraternamente, Francesco».

Una ventata di fibrillante e incredula curiosità quando, alla fine della corale prova a ritmo di canti popolari dal mondo, Armand legge la papale missiva in risposta a quella lettera su uno straccio di foglio ma con il cuore spiegato. « E’ stata un’emozione grande» racconta Giulia Prete, 35 anni, per il secondo anno direttrice del coro, «Il carcere è il luogo dell’imprevisto e dell’indeterminato: tenere assieme un gruppo per cantare è una grande sfida. E una soddisfazione: il gruppo si è affiatato e stiamo facendo un bel lavoro».

Dai 20 agli 80 anni. Volontari compresi (pensionati, imprenditori, liberi professionisti, commercianti e via), l’età dei componenti del coro oscilla dai 20 agli 80 anni: una notevole escursione anagrafica che arricchisce di umanità e confronto un insieme di persone, in teoria le più diverse, in pratica alla pari nel condividere una passione che diventa un percorso. «Cantare con persone detenute, confrontarsi con questo mondo, libera

la possibilità della nostra mente di aprire mente e cuore» aggiunge Raffaella Servello, 60 anni, psicologa e corista. E Loredana Drago 70 anni, ex prof, da sempre impegnata nel sociale: «Pensare che il Papa abbia scritto a noi, proprio a noi, mi emoziona tanto. E darà bei frutti».

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