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L'appello: «Io non voglio fallire e chiedo aiuto»

Elena Capovilla, imprenditrice di Noventa: «La mia azienda è sana ma basta una difficoltà e tutti ti girano le spalle»

NOVENTA PADOVANA. Fino a ieri Elena Capovilla fruiva di fidi bancari, aveva un conto aperto con il benzinaio e poteva permettersi di accettare i pagamenti dei creditori a 120 giorni.

Da qualche tempo la sua azienda è in sofferenza, rischia di fallire per mancanza di liquidità. Ma quando ha cominciato a chiedere aiuto tutti le hanno voltato le spalle, gli amici si sono eclissati. E il benzinaio è arrivato a suggerirle di cercarsi un altro fornitore. «Ma io non voglio fallire» dice con forza l’imprenditrice «la mia azienda di trasporti è sana e ha un bel pacchetto di clienti sani. Questo però non importa a chi finora ha tratto vantaggio dal mio lavoro».

L’azienda “Autotrasporti Quadrini” è un corriere espresso con sede in via Nona Strada, cinque dipendenti. Consegna prevalentemente ricambi per veicoli ma anche materiale vario. «Lavoriamo da 10 anni e fino adesso è stata un’azienda a gestione famigliare che ha dato tanta soddisfazione» racconta Elena «da un anno, a causa di clienti insolventi per difficoltà e della crisi che abbiamo sentito anche noi, ho cominciato a domandare un aiuto, prima di tutto ai fornitori e alla banca. Come per magia si sono tirati indietro. Invece di dire “dai Elena, ti diamo una mano”, sono lì a pensare: “questa sta andando, lasciamola andare”».

C’è amarezza nelle parole dell’imprenditrice per coloro con i quali aveva mantenuto un rapporto collaborativo trasformatosi negli anni quasi in amicizia. Almeno lo credeva. «Quando hanno saputo che ero in difficoltà i fornitori volevano il pagamento immediato mentre la banca mi ha chiesto i rientri» continua Elena «la mia è un’azienda che comunque ha sempre pagato tutto, Durc regolare, dipendenti stipendiati puntualmente che piuttosto non mi porto a casa lo stipendio io. Sono arrabbiata, perché far fallire un’azienda che ha sempre fatto bene?». Neppure il benzinaio le ha teso una mano, nonostante la mole di forniture fino a quel momento regolarmente onorate. «Quando ha visto che ho rallentato i pagamenti, che ho cominciato a dargli anticipi più bassi del solito sulle fatture mensili, mi ha detto: non ti faccio più benzina, non voglio più essere il tuo fornitore. Ma così i nostri camion come fanno a partire? Fatti una card mi ha risposto, ben sapendo che servono 20 giorni per averla e io non posso stare un mese senza carburante. E poi debbo trovarmi un’altra stazione che mi da lo stesso servizio».

Dalle banche Elena un po’ se l’aspettava, dal benzinaio proprio no. «Che delusione. Mi sono resa conto che nel momento di crisi tutti ti girano le spalle» commenta amara «ho un corriere espresso, ho dato lavoro ad altri più piccoli, padroncini che mi supplicavano: Elena mi fai coprire alcune zone che ne ho bisogno? E nel momento in cui sono io ad aver bisogno di aiuto, spariti tutti. Allora dico no, ma se proprio in Veneto vogliamo tenere vive le aziende famigliari non possiamo tapparci le orecchie nel momento della difficoltà. Fino a due anni fa ero felice dell’andamento, ero riuscita a inserirmi bene in un ambiente dove prevale la figura maschile e le donne non le vedono bene. Adesso sto addirittura pensando di togliere mio marito dall’azienda e trovargli un lavoro da dipendente, io di rappresentanza e mio marito sul camion. La cosa che più mi irrita è il numero di dipendenti delle cooperative di settore che disperati mi riferiscono che da mesi non vedono lo stipendio».

C’è un libro che sembra tagliato su misura per Elena: “Io non voglio fallire”, scritto da un’imprenditrice che lotta per salvare

la propria azienda. «Avevo pensato di fare una fotocopia della copertina e inviarla ai miei “amici”. Voglio dire loro: anche io non voglio fallire» conclude Elena «e non voglio vergognarmi di chiedere aiuto. Io ci metto la faccia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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