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Arquà Petrarca, il paradiso del Poeta già abitato nell’età del Bronzo

Padova promuove il paese a podesteria dei Colli e i Carraresi fanno altrettanto; con la Serenissima arrivano le residenze patrizie dei Contarini, Pisani e Zabarella

ARQUA' PETRARCA. Quando il tuo sponsor è Francesco Petrarca, puoi vivere di rendita. Da oltre sette secoli Arquà può contare su questa garanzia; ma in fin dei conti potrebbe obiettare che anche se il Poeta fosse andato a vivere (e soprattutto a morire) altrove, avrebbe pur sempre potuto vantare i suoi quattro quarti di nobiltà.

Basta guardarla già da lontano, e poi addentrarsi nelle sue strade, per toccare con mano come sia stata la natura a premiarla: giudizio che reca l’autorevole avallo de ...

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ARQUA' PETRARCA. Quando il tuo sponsor è Francesco Petrarca, puoi vivere di rendita. Da oltre sette secoli Arquà può contare su questa garanzia; ma in fin dei conti potrebbe obiettare che anche se il Poeta fosse andato a vivere (e soprattutto a morire) altrove, avrebbe pur sempre potuto vantare i suoi quattro quarti di nobiltà.

Basta guardarla già da lontano, e poi addentrarsi nelle sue strade, per toccare con mano come sia stata la natura a premiarla: giudizio che reca l’autorevole avallo dei romani (gente esperta nel godersi la vita), non a caso i primi ad abitare l’attuale paese.

Vero è che in zona ci sono insediamenti antichissimi, proprio per le risorse naturali del luogo: come testimonia la stazione preistorica risalente all’età del Bronzo, le cui tracce (palafitte, capanne in legno, focolari) sono state rinvenute sulla sponda del laghetto della Costa, alla base del monte Ventolone.

Ma è altrettanto innegabile che le basi di un centro abitato come si deve, siano stati proprio i romani a gettarle, arrivando da queste parti dapprima come turisti termali (il lago stesso presenta tuttora fango con virtù terapeutiche), quindi come ospiti fissi con tutte le loro comodità: come testimonia la traccia tuttora visibile di un piccolo acquedotto con arco a tutto sesto.

A spasso per Arquà Petrarca



L’influsso dell’Urbe, che tocca il proprio apice con Augusto, è documentato d’altra parte dal nome stesso della località, che deriva dalla parola “Arquata montium”, diventata poi “Arquada”.

Franato l’impero, l’intero territorio affronta i secoli bui delle invasioni barbariche, in cui comunque mantiene presumibilmente una sua funzione strategica, lungo una sorta di linea gotica dell’epoca sulle pendici meridionali dei Colli Euganei, dalla Rocca di Monselice a Cinto Euganeo e alla pianura verso Vicenza; lo conferma un documento in cui si parla di “castrum Arquadae”, tenendo presente che “castrum” sta a indicare la presenza di un luogo fortificato: nella fattispecie un castello che sul finire del Novecento viene ceduto al Capitolo della Cattedrale di Padova, ma che nel 990 Ottone I, imperatore di Germania, acquisisce d’autorità (gratis, s’intende) al proprio patrimonio per inserirlo nella dote nuziale della figlia Alda.

Nel 1257 Arquà passa sotto la neonata Repubblica padovana, che a dimostrazione di quanto ci tenga invia sul posto una sorta di prefetto ante-litteram, un podestà, con obbligo di residenza: peraltro piacevole, visto il posto. Una posizione rafforzata dai Carraresi, che la designano città vicaria di Padova, con controllo su una quindicina di centri dell’area, tra Abano e Baone.

Ed è proprio qui che si inserisce il capitolo su messer Petrarca. Il Nostro arriva a Padova nel 1345, ospite di Jacopo da Carrara, che sa essere anche uomo di lettere oltre che d’armi, e dispone dei mezzi che gli consentono di fare il mecenate; conquista gli ambienti culturali e politici dell’epoca al punto da venire nominato Canonico della Cattedrale, e se ne va con la promessa di ritornare presto.

Cosa che fa nel 1351, sempre con Jacopo, il quale per agganciarlo più stabilmente decide di fargli dono di una serie di terreni ad Arquà. A completare l’operazione-simpatia provvedono nel 1360 i padri Eremitani di Sant’Agostino, i quali dopo averlo ospitato nella loro residenza di campagna gli mettono a disposizione una piccola casa di loro proprietà, la stessa che oggi è meta di un ininterrotto pellegrinaggio di turisti.

Al Poeta “laureato” la sistemazione piace tanto, che insiste per acquistarla e farla ristrutturare. E ne decanta le doti ad amici e conoscenti, al punto da definirla “il mio secondo Elicona”. A un letterato cui è particolarmente legato, Moggio dei Moggi, scrive: “Potessi io mostrartelo… sono sicuro che se tu lo vedessi non vorresti più allontanartene”. Qui si spegne il 18 luglio 1374; sei anni dopo il genero Francesco da Brossano fa erigere sul sagrato della chiesa di Arquà un’urna su quattro pilastri in cui viene depositato il suo corpo.



All’inizio del ’400 la terraferma passa sotto Venezia, che mantiene ad Arquà il suo ruolo di punto di riferimento di un ampio territorio; e intanto, attratte dallo spirito petrarchesco, una serie di famiglie patrizie, dai Contarini ai Pisani agli Zabarella, fanno costruire in paese delle proprie dimore, qualificandone così la fisionomia urbana, anzi arricchendola ancor più.

Basta ricordare un monumento che ancor oggi accoglie chi arriva in paese con la sua imponenza ma anche la sua storia: la Loggia dei Vicari, costruita ancora nel Duecento, come luogo in cui il vicario (l’autorità municipale dell’epoca) convocava i capifamiglia per discutere con loro delle scelte più significative da prendere per il paese; e del vicario era anche la residenza, in un edificio annesso.

Un simbolo di cui la Serenissima, quando arriva, coglie appieno l’importanza, contribuendo a sua volta all’incremento del patrimonio edilizio di Arquà, con alcune ville: come quella della famiglia patrizia Callegari, attribuita a uno dei più famosi architetti del Seicento, Baldassarre Longhena, e della cui ospitalità ha modo di usufruire anche Carlo Goldoni, che vi rappresenta anche alcune tra le sue celebri commedie.

Quando la Serenissima giunge al tramonto, Arquà scivola inesorabilmente in una sorta di oblìo che per fortuna, anche se ne sminuisce l’importanza, ne lascia inalterata la suggestiva e caratteristica fisionomia.

Così, quando nel 1866 il Veneto entra nel Regno, può iniziare un’altrettanto lenta risalita che continua peraltro ad avvalersi del riferimento al suo più illustre cittadino acquisito.

Un aggancio mai venuto meno neppure prima: sono tanti i letterati illustri, da Foscolo a Byron ad Alfieri, che vengono espressamente a recuperare la memoria di Petrarca nei suoi luoghi. Un vincolo che viene rinsaldato anche ufficialmente nel 1868, quando alla denominazione di Arquà viene ufficialmente associato il nome del Poeta.

Un po’ alla volta quello che era stato il cardine di una quindicina di Comuni diventa il più piccolo tra essi, ma anche quello dotato di maggior fascino e inarrivabile sponsor.