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Fermata la banda dei bancomat il boss è un invalido con pensione

Indagine dei carabinieri su un gruppo di piovesi che agiva utilizzando potenti cariche di esplosivo Il sospetto è che abbiano svaligiato una ventina di sportelli: traditi dall’andatura zoppicante del capo

Bombe artigianali per sfondare i bancomat, congegni elettronici per mandare in tilt le microspie, armi e auto potentissime per scappare sul filo dei 200 chilometri orari. Era una banda vera quella scoperta dai carabinieri del Nucleo Investigativo provinciale. Una banda vera con un capo diverso, perlomeno un po’ diverso da come lo si può immaginare. Cristian Rado, 43 anni, di Polverara, è invalido al 75% e per questo percepisce una pensione di 300 euro al mese. È anche sensibilmente sovrappes ...

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Bombe artigianali per sfondare i bancomat, congegni elettronici per mandare in tilt le microspie, armi e auto potentissime per scappare sul filo dei 200 chilometri orari. Era una banda vera quella scoperta dai carabinieri del Nucleo Investigativo provinciale. Una banda vera con un capo diverso, perlomeno un po’ diverso da come lo si può immaginare. Cristian Rado, 43 anni, di Polverara, è invalido al 75% e per questo percepisce una pensione di 300 euro al mese. È anche sensibilmente sovrappeso, al punto che se non fosse per la sua pancia e la sua camminata incerta difficilmente gli investigatori sarebbero riusciti ad arrivare al gruppo di fuoco che stava terrorizzando il Nordest. Evidentemente il suo carisma supera di gran lunga tutte le altre qualità, visto che ormai da anni riusciva a “gestire” anche due famiglie, con due donne e rispettivi figli. Quanto agli altri, sono tutti amici, provengono dagli stessi paesi ed erano riusciti a stringere un patto di sangue: riservatezza assoluta e mai usare il telefonino. Così, sospettano i militari che gli stanno alle calcagna da mesi, sono riusciti a “farsi” una ventina di banche tra Padova, Venezia, Vicenza e Verona.

I ruoli se li erano divisi per bene e tutti erano indispensabili. Cristian Rado, incensurato, era il boss, quello che decideva dove e come colpire. Roberto Bernardello, 45 anni, di Brugine, era il più spregiudicato di tutti, l’uomo d’azione che fa esplodere la carica e che se serve fa fuoco. Alberto Gazzabin, 48 anni, padovano con alle spalle una miriade di precedenti penali per rapina, era il gregario d’esperienza. Stesso ruolo si era ricavato anche Jonni Gomiero, 50 anni, di Mira (Venezia). Mentre Massimo Gazziero, 22 anni, di Brugine, era il giovane da crescere, legato a doppio filo con Bernardello visto che è il fidanzato della figlia.

C’è una parola ricorrente in tutti i verbali compilati dopo i colpi: pentrite. È un particolare tipo di esplosivo che si utilizza anche nelle cave. Chi si occupa dei rilievi ha trovato tracce di questa sostanza rovistanto tra le carcasse di lamiera in molte delle banche svaligiate negli ultimi mesi. E sempre i rilievi descrivono esplosioni potentissime, con edifici lesionati al limite della tenuta statica. Anche per questo era di primaria importante mettere loro un freno.

Tuttavia, non è stato facile. Gli accertamenti con il sistema satellitare che individua i telefoni cellulari davano sempre esito negativo. Telefonate ambigue nessuna. L’attività d’indagine decolla grazie all’intuizione di un carabiniere che, esaminando i video ripresi il 22 luglio corso durante il colpo all’Antonveneta di via Roma, nota il tratto caratteristico di un componente della banda. Zoppica. E ha la pancia. Una pancia che risalta ancora di più con la tuta bianca che indossa per non farsi riconoscere. I carabinieri tengono fascicoli in cui sono descritti molti personaggi della criminalità piovese, sia quelli conclamati che anche i semplici frequentatori. Da questo incrocio di dati ed esperienze è uscito il nome di Cristian Rado. Dando il via ai pedinamenti, si sono resi conto quasi subito del suo calibro. Ogni tre giorni bonificava la sua auto con un congegno in grado di bruciare tutte le microspie. Rado si era organizzato così. L’auto usata per i colpi, un’Audi A6 3 mila di cilindrata, era intestata a un bosniaco. La teneva in un garage preso in affitto in via Reni e prima di ogni colpo bonificava anche quella.

Comunicavano solo a voce, mai una telefonata. Il loro quartier generale era il bar Rialto di Campagnola di Brugine (che nulla c’entra in questa vicenda). C’è il dubbio che ci sia il loro zampino anche nel colpo di domenica notte alla Banca Intesa di Sant’Angelo e anche all’Ufficio Postale di Bagnoli di Sopra. «Li abbiamo fermati in tempo, sarebbero entrati in azione anche questo fine settimana», dice soddisfatto il comandante provinciale Oreste Liporace, che ha seguito in prima persona l’andamento di questa ultima fase di indagini.

Ieri mattina all’alba sono scattate le perquisizioni. Nei guai sono finiti anche Marco Landini, 38 anni, di Polverara e Fabio Battistello, 49 anni, di Brugine, entrambi incensurati. In casa però tenevano quasi un chilo dell’esplosivo usato dalla banda. Per forza di cose finiscono invischiati in questa brutta storia. La storia della banda comandata dal boss con la pensione accompagnatoria.

e.ferro@mattinopadova.it

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