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Anguillara, il paese strappato alle acque dell’Adige

Con Borgoforte i Carraresi cercarono qui di arginare Venezia

ANGUILLARA. Un moderno studio di marketing non sarebbe riuscito a sfornare un’idea migliore. E d’altra parte la dinasty dei Carraresi era ben attrezzata di suo, per mezzi e idee, e aveva già allora una modernissima concezione dell’importanza della comunicazione.

Così, quando si trattò di buttar giù il bozzetto dello stemma di Anguillara (di cui erano conti, in aggiunta al titolo principale di signori di Padova), fecero abbinare ai carri, loro logo tradizionale, l’immagine delle anguille.

Scelta obbligata, si potrebbe dire, visto che all’epoca la zona era ancora disseminata di stagni e paludi, al punto che nelle antiche mappe figura una vasta estensione d’acqua indicata come lago di Anguillara: habitat ideale appunto per l’anguilla, e conseguentemente preziosa risorsa da sfruttare a fini economici.

Tant’è che ben prima dei Carraresi, un atto con tanto di data precisa fino nel giorno (9 dicembre 1171) autorizza la pesca delle anguille con l’impiego di un’attrezzatura specifica chiamata “cogolara”. Eppure neanche questi riferimenti espliciti riescono a far convergere su una posizione condivisa la comunità degli studiosi: c’è chi infatti suggerisce che a dare il nome al paese possano essere stati i filari delle viti (coltura largamente praticata in zona), detti per l’appunto “anguillari”.

Lasciando alle dispute scientifiche il loro spazio, basta tuttavia dare un’occhiata a una carta geografica, di ieri come di oggi, per toccare con mano che la natura e la vocazione di Anguillara sono strettamente collegate alla presenza dell’acqua: lo documentano il corso dell’Adige, con il capoluogo in mezzo e le due frazioni ai lati lungo la riva sinistra, l’andamento del canale Gorzone che attraversa l’intero territorio comunale, le testimonianze delle vaste aree recuperate all’agricoltura grazie alla bonifica, e perfino qualche leggenda metropolitana che sopravvive nei nomi di località.

Come il “Gorgo della novizza”, vale a dire la promessa sposa: nel caso specifico, sposa suo malgrado, visto che avviandosi all’altare avrebbe espresso a voce alta la preghiera di sprofondare in acqua assieme all’aspirante coniuge, alla coorte dei parenti e all’intera comitiva degli invitati, pur di non essere costretta a esprimere il fatidico “sì”. Non si ha peraltro notizia se la sua richiesta sia stata accolta o meno.

Sta di fatto che tanta ricchezza d’acqua presenta condizioni largamente favorevoli all’insediamento umano e allo sviluppo di attività: lo documentano, per Anguillara, pochi ma significativi rinvenimenti che risalgono addirittura all’età del bronzo.

Con il passare dei secoli, tuttavia, proprio il fattore acqua si trasforma in limite: perché i romani, interessati a mettere radici consistenti nell’angolo nordorientale della futura Italia, con tutta quell’estensione colonizzata da fiumi e paludi di fronte, preferiscono tirare dritto, e sistemarsi più a nord.

Così questa rimane una sorta di vasta terra di nessuno, dove l’elemento liquido di fatto annulla perfino la percezione di un possibile confine, soprattutto verso est: non c’è traccia visibile a indicare dove finisca il territorio padovano, e dove cominci quello di Venezia.

Ma il confine, come sempre, è la storia e non la geografia a tracciarlo: l’esigenza comincia a porsi quando da un lato i Carraresi cominciano ad allargarsi, e dall’altro l’ormai fiorente Serenissima avverte con fastidio e preoccupazione l’emergere dell’ingombrante quanto ambizioso vicino. Il primo passo lo fanno i signori padovani, costruendo nel 1375 un castello proprio nel territorio di Anguillara, sull’impianto di un preesistente manufatto risalente al secolo precedente; e a quell’epoca, un simile intervento edilizio non è certo di natura turistica, ma militare.

Non solo: i Carraresi fanno realizzare anche delle “bastìe”, in qualche modo delle fattorie tipo quelle del West americano al tempo degli indiani, in cui i coloni, foraggiati con armi, possono difendersi da eventuali attacchi. Una soluzione ancora testimoniata dal nome della frazione di Borgoforte.

I Carraresi, tuttavia, non si limitano al capitolo degli armamenti; o almeno, in extremis tentano un approccio con le cose dell’anima.

L’iniziativa è del loro ultimo leader (anche se lui in quel momento non sa di essere destinato a chiudere la fila), Francesco Novello, il quale nel 1405 prende un’ampia estensione di terreno e ne fa generosamente dono alla Basilica del Santo, da tempo entrata nel novero delle istituzioni che contano.

Giusto in tempo, perché pochi mesi dopo Venezia spazza via i Carraresi, ma capisce che non è il caso di inimicarsi Santa Madre Chiesa; così quegli appezzamenti vengono inclusi nel già consistente patrimonio della Veneranda Arca del Santo (se ne può trovare traccia ancor oggi nell’Oratorio settecentesco collocato vicino alla grande Fattoria dell’Arca), e gestiti per secoli con il classico sistema del latifondo: cioè facendoli coltivare a contadini che pagano un affitto, e per questo vengono chiamati fittavoli.

Poi, in tempi moderni, le autorità civili del paese apriranno una serie di controversie con la Veneranda, fino a raggiungere nel 1974 un accordo che consente alle famiglie coltivatrici di acquistare i terreni su cui i loro antenati si sono rotti la schiena per generazioni.

Intanto la Serenissima si fa comunque carico della propria quota, soprattutto avviando imponenti interventi di bonifica che vanno avanti per ben tre secoli: il principale dei quali si può considerare quello del 1557, con il taglio dell’argine vecchio del Gorzone in una località non a caso chiamata Taglio.

Questo farà di Anguillara, di fatto fino al secondo dopoguerra, una zona a vocazione agricola, saldamente intrecciata con il sudore delle terre strappate all’acqua; un mix che nel Novecento fa conoscere qualche decennio di particolare sviluppo, documentato da una popolazione che tra i due censimenti del 1931 e del 1951 arriva a superare i 7mila abitanti; per poi scendere proprio mentre buona parte del resto del Veneto usufruisce del boom, e stabilizzarsi un po’ sotto i 5 mila.

Sempre comunque nel segno dell’acqua, tra Adige e Gorzone.

 

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