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Gens Albinia e Gens Romilia nelle ville attorno a Patavium

Con i suoi 25 mila abitanti è il centro più popoloso della cintura urbana e provincia Dopo 800 anni di buio, Berengario la dona ai canonici della Cattedrale di Padova

Bisogna essere personaggi dell’establishment, per vedere attribuito il proprio “brand”, come si direbbe oggi, al posto dove si vive: battezzare un paese con il proprio marchio. Se i 25mila abitanti del più popolato centro del Padovano vedono registrata la loro residenza in un posto chiamato Albignasego, lo devono a un’influente famiglia romana, la “gens Albinia”: un vero e proprio clan dotato di influenza, di potere e di possedimenti; tra cui un “praedium”, vale a dire un fondo chiamato dal loro nome “Albiniaticum”. La zona, d’altra parte, era già allora di quelle che definiremmo strategiche come posizione: a due passi dalla rampante Patavium, tra le principali città romane. Un posto prediletto da romani anche influenti che preferivano abitare al di fuori del caos del contesto urbano dell’epoca: nella cintura, diremmo oggi. Lo prova, tra gli altri reperti, il monumento funebre di Lucio Vario Prigione, membro influente di un’altra casta non meno in vista dell’Albinia, la “gens Romilia”, e di sua moglie Satria, venuto alla luce nella frazione di Carpenedo. Come per la grande maggioranza dei Comuni padovani, tuttavia, con la caduta di Roma la luce si spegne; e per vederla riattivata occorre arrivare sulla soglia del fatidico anno Mille. Albignasego può esibire un certificato di nascita datato con estrema precisione: è del 20 aprile 918 un diploma contrassegnato dall’autorevolissima firma di Berengario I, da pochi anni divenuto re d’Italia, in cui si cita espressamente una “villa Albignasega”, assegnandone i diritti di proprietà (e relativi privilegi, a partire dalle redditizie decime) ai canonici della Cattedrale della vicina Padova. L’influenza di Santa Madre Chiesa, con il benestare del potere laico, è confermata da una serie di altri documenti: come quello che nel 1297, con tanto di beneplacito papale, vede sorgere la parrocchia di San Tommaso “de Bignasico”, sia pure rientrante sotto la giurisdizione di una delle famiglie padovane più influenti dell’epoca, quella dei conti Sambonifacio.

Il poter contare su referenti patrizi, ben ammanicate con i centri di potere sia laici che religiosi, sembra d’altra parte rientrare nelle caratteristiche di Albignasego, e si viene consolidando quando il paese, assieme al Padovano, entra nell’anagrafe dei domini veneziani. Tra i nomi di maggior spicco di questo “gotha”, il principale è quello degli Obizzi, così chiamati da un capostipite, tale Obizzo, che si può ritenere un immigrato di lusso: proveniente dalla Borgogna, arriva in Italia al seguito dell’imperatore Enrico II, e si ritrova a Lucca, dove fa fortuna. I suoi discendenti si trapiantano un po’alla volta a Firenze, a Pisa, a Ferrara, fino a che un ramo mette radici a Padova, imparentandosi con un’altra autorevole famiglia locale, i Negri, proprietari di terreni ad Albignasego. Per farsi accettare nei salotti buoni dell’epoca, niente di meglio che dimostrarsi figli devoti della Chiesa magari mettendo mano pure al portafoglio: a metà del Quattrocento, gli Obizzi figurano tra i finanziatori del restauro della chiesa di San Tommaso; e vi mettono il loro definitivo sigillo un secolo più tardi, quando realizzano nella chiesa stessa la loro cappella gentilizia, facendola affrescare con soggetti tali da sottolineare la loro fedeltà alla Chiesa di Roma. La loro villa dà ancor oggi il nome al municipio.

Il Vaticano, comunque, può contare da queste parti anche su testimoni forti, oltre che su appoggi influenti. È il caso di un sacerdote, Marco da Cles, che nel periodo a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento regge proprio la parrocchia di San Tommaso. Il prete è una di quelle figure che oggi farebbero scrivere pagine di giornale e mobiliterebbero emittenti televisive grandi e piccole: ha infatti fama di guaritore, e la gente arriva anche da lontano portando con sé malati ed infermi di ogni condizione. Gli si attribuiscono pure doti di profeta: è lui a prevedere la rinascita del monastero padovano di Santa Giustina (che puntualmente si verificherà), indicando l’identità del riformatore, Ludovico Bardo, ex superiore di San Giorgio in Alga a Venezia, che proprio da Santa Giustina inizierà a riportare nei luoghi dei benedettini la vita claustrale regolare dopo un lungo periodo di decadenza dell’ordine.

A chi lo guarda su una carta geografica, il territorio comunale di Albignasego presenta una singolare conformazione, con un cuneo che penetra nell’ambito comunale della vicina Padova. È la conseguenza di una serie di curiose vicende che risalgono alla fase successiva dell’annessione del Veneto all’Italia, avvenuta nel 1866. Tutto inizia, anche in questo caso, con un sacerdote, Giovanni Gios, cui è affidata la parrocchia della frazione di Roncon. E qui occorre fare una piccola digressione: “Roncon” è un toponimo di cui si ha traccia già nel 1027, una fase in cui si stanno ponendo in atto in varie località del Padovano ampi interventi di bonifica finalizzati all’esigenza di recuperare terreno agricolo, e che prevedono anche lavori di disboscamento; operazione che in latino viene definita “roncare”, come dire sarchiare, fatta con la roncola. Qui sorge una chiesa intitolata a San Lorenzo. Torniamo a don Gios: divenuto, oltre otto secoli dopo, parroco di Roncon, vede un po’alla volta la sua cura d’anime spopolarsi, perché la gente preferisce spostarsi più a nord, a ridosso di Padova. Così il sacerdote decide di seguire le sue pecore, e nel 1881 va a sua volta a stabilirsi nella zona che oggi si chiama Bassanello, anche se lì manca ancora una chiesa: la prima pietra verrà posta solo qualche anno più tardi. L’odierna Sant’Agostino, uno dei principali poli di Albignasego, mette radici proprio lì.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso il paese mantiene l’impronta agricola; ancora al censimento del 1961 rimane al di sotto dei 10mila abitanti. Ma subito dopo si aggancia al boom
del modello veneto, con uno sviluppo urbano che nella sostanza ne fa un tutt’uno con Padova: la popolazione raddoppia nell’arco di quarant’anni. E l’impronta della campagna passa definitivamente in archivio, assieme all’antica pergamena di Berengario.

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