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«Io italiano, salvato grazie alla cittadinanza»

Franco Varotto partì per il Sudamerica a 9 anni da Brugine, oggi è un illustre fisico spaziale in Argentina

Nove anni appena, nelle narici il profumo delle violette, nelle orecchie “O bianco fiore” e “Bandiera rossa”, nel cuore amici e cugini lasciati nel paese natale. Franco Conrado Varotto è partito così dalla sua Brugine per l’Argentina. Oggi è un eminente fisico nucleare, fondatore dell’istituto di ricerche spaziali di Bariloche. Si sente tanto argentino quanto italiano e con il garbo degli umili, che hanno conquistato alte vette, osserva: «Mi pare che in Italia non si troverà mai una soluzione accettabile per il diritto di cittadinanza. Eppure penso a cosa sarebbe successo a tutti i milioni di italiani emigrati se le leggi di cittadinanza dei tanti paesi ospiti avessero accettato solo lo ius sanguinis o solo lo ius soli. Per fortuna non è stato così. Vorrei dire ai giovani di parlare e ascoltare di più gli anziani per capire che il Veneto è oggi un’economia forte e che devono far lavorare gli immigrati perché si reinveste in conoscenza e tecnologie. I ragazzi devono tenere presente che l’Italia è una delle madri dell’Ue e deve assumersi oggi la responsabilità (molto grossa) di aiutare gli altri paesi, quelli che hanno accolto tanti italiani e che oggi hanno bisogno della comprensione e del buon consiglio dell’Italia. È comprensibile la discussione di fronte alla situazione di tanti immigrati, sia volontari sia costretti. Non penso ci sia una soluzione magica. Ma se l’Europa guarda alle sue radici cristiane, può darsi che trovi la soluzione». Parole che rispecchiano la sua storia personale: «Venivo da un paesino piccolino» racconta, «pieno di parenti, tra Brugine, Polverara e Piove di Sacco. Non sono sicuro che tutti i miei ricordi siano veri o confusi da film di guerra. Ricordo la gente che cantava “O bianco fiore” o “Bandiera rossa”, come si picchiavano, ma poi tornavano assieme: quando lessi Guareschi, mi pareva che don Camillo e Peppone fossero veneti e non emiliani». Figlio di un bottegaio di bici, che era anche un bravo saldatore (che fu il suo primo mestiere in Argentina) e di una mamma che, come tante donne nel dopoguerra, facevano i salti mortali per la famiglia, Conrado ricorda perfettamente «i sacrifici di mamma e l’arrivo del babbo dalla prigionia tedesca. Per i miei genitori darci un’opportunità di studio era un’ossessione. Ho studiato con impegno e molto devo ai gesuiti. Tuttavia quando arrivai in Argentina non ho mai sentito di essere uno straniero. Mi sono reso conto del tema della cittadinanza quando all’Università, per ottenere una speciale borsa di studio, me la chiedevano come requisito. Sono entrato come italiano con la promessa di chiedere dopo la cittadinanza. Mi sento argentino e italiano: sento che appartengo a tutti e due i paesi. Questo sentimento non è semplice da spiegare,
ma per me essere coinvolto in progetti italo-argentini è molto naturale». Non sorprende che sia stato premiato come “veneto meritevole” sia dalla Regione che dalla Camera di commercio padovana, che dall’istituto di cultura italo argentino di Buenos Aires.

Elvira Scigliano

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