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Un villaggio di novemila anni fa alle sorgenti del Sile

Archeologi di Padova e Ferrara al lavoro nel Bosco dei Fontanassi a Piombino Dese,  diventato una miniera di reperti del Mesolitico 

Una macchina del tempo alle sorgenti del Sile L'area degli scavi archeologici nel Bosco dei Fontanassi a Piombino Dese, dove sono stati ritrovati reperti risalenti a novemila anni fa

PIOMBINO DESE. Una campagna di scavi per riscoprire un’età lontana: quella dei cacciatori, dei pescatori, degli uomini della “pietra di mezzo”, ovvero del Mesolitico, il periodo storico che precede il Neolitico, all’incirca novemila anni fa. Sono molti i reperti recuperati in prossimità delle sorgenti del Sile, nella campagna al confine tra la provincia di Padova e quella di Treviso. Proprio lì, dove il Sile nasce, è sorto il primo scavo paleo-mesolitico della Pianura Padana e il Bosco dei Fontanassi, nella frazione di Torreselle, è diventato una sorta di macchina del tempo che riporta i visitatori all’età della Pietra.

«Tutto è cominciato all’inizio di questo decennio, anche se già negli anni Ottanta vennero trovati alcuni reperti da alcuni appassionati del luogo», spiega Federica Fontana, ricercatrice dell’Università di Ferrara. «Sono quindi partite le segnalazioni alla Sovrintendenza e alla nostra Università che, in collaborazione con quella di Padova, ha cominciato dal 2013 a sondare il terreno circostante le sorgenti del Sile, prima attraverso carotaggi, per identificare caratteristiche del suolo e andamento della torba, e per valutare i reperti emersi dalle arature, poi studiando una piccola porzione di terreno. Nel 2015 sono iniziati gli scavi veri e propri. In tre anni sono stati recuperati più di tremila reperti in selce (roccia sedimentaria silicea): frecce, strumenti per la lavorazione di pelle, ossa».



Sotto le fronde della grande quercia, dove gli archeologi scavano la terra, Davide Visentin, collaboratore dell’Università di Ferrara fresco di dottorato, ci spiega come funziona lo scavo: «Una volta identificato il terreno tramite sondaggi, si comincia a scavare seguendo una particolare geometria: ogni archeologo intaglia un quadrato di terra di 50 cm per lato, numerato secondo una logica particolare. Si tratta di un riferimento topografico che serve per identificare l’esatta posizione del reperto, come in una sorta di battaglia navale. Anche in profondità la superficie laterale del quadro deve essere perfetta, in quanto riferimento stratigrafico fondamentale: il colore, la composizione e le caratteristiche del terriccio forniscono informazioni importanti per capire di quale èra si tratti. Per ogni manufatto viene registrata e salvata la posizione, che viene inviata al computer per creare la mappa dei ritrovamenti».

Proprio mentre Davide racconta lo scavo, dalla terra affiora la punta di una lancia: un pezzo di selce di pochi millimetri, ma abbastanza affilato da uccidere una preda di discrete dimensioni: «Si tratta di una roccia vetrosa ottima per manufatti taglienti», commenta Davide. «Si trova soprattutto nella fascia prealpina e lungo i corsi d’acqua. Questi insediamenti umani si spostavano anche di parecchi chilometri sempre alla ricerca di pesce e selvaggina da cacciare ma anche di frutta da raccogliere». Ricostruire gli insediamenti, toccare con mano il terreno che quegli uomini calpestavano, studiare lo stile di vita e le abitudini dei mesolitici sono tra gli obiettivi di questi scavi finanziati dai comuni di Piombino Dese e Vedelago, che proseguiranno fino a sabato.

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