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Il don mette in fuga il rapinatore

Trentenne di Pontelongo armato di coltello nella stanza del prete, ora il processo

PONTELONGO. Aveva rapinato a gennaio dello scorso anno l’anziano parroco di San Giovanni a Chioggia, don Mario Pinton: una figura storica in città, tanto che per il suo saluto alla comunità, qualche settimana fa, c’erano centinaia di persone. Ora per Anwar Moufadil, marocchino di 30 anni residente a Pontelongo e attualmente in carcere per reati contro il patrimonio, è iniziato il processo. Difeso dall’avvocato Roberto Rechichi, Moufadil sarà giudicato dal collegio composto dai giudici Stefano Manduzio, Fabio Moretti e Claudia Ardita. Ieri la prima udienza, subito rinviata all’1 febbraio.

«O mi dai i soldi o ti ammazzo», aveva detto il rapinatore al sacerdote dopo aver fatto irruzione in canonica. Contro l’anziano parroco, il marocchino aveva puntato un coltello, riuscendo a prendere quattro cellulari (di cui tre rotti) e un portaostie in bagno d’oro contenente delle particole, oltre alle chiavi della Fiat Punto del sacerdote. E proprio a bordo dell’utilitaria, il rapinatore si era dato alla fuga, abbandonando la Punto lungo la Romea, a Rosara di Codevigo. Erano stati gli agenti della polizia stradale a rintracciare Anwar Moufadil a piedi lungo la statale 516, in evidente stato di ubriachezza. Erano scattati i controlli che avevano permesso di risalire al marocchino quale autore della rapina. Addosso aveva infatti i cellulari e il portaostie. Per l’episodio, il 30enne era stato denunciato e quindi era stata disposta l’espulsione. Evidentemente la procedura non era andata a buon fine, visto che tre mesi dopo la rapina al sacerdote, Moufadil aveva tentato di rapinare un tredicenne della bicicletta, dei soldi e del cellulare lungo la pista ciclabile nei pressi dell’ospedale di Chioggia. Il giudice aveva allora deciso per la custodia cautelare in carcere, ritenendolo una persona pericolosa. Ora la rapina al sacerdote finisce davanti al giudice.

«Mi ero svegliato pochi secondi prima», aveva raccontato al tempo don Pinton, «disturbato da una luce che non aveva saputo identificare ma che, avrei poi capito, era quella emessa da un cellulare che il ladro usava per muoversi nella mia stanza». Don Mario non si era fatto prendere dal panico: «Ho afferrato le mani dell’uomo e ho cominciato a scalciare con i piedi. Così sono riuscito ad allontanarlo e ad alzarmi. Lui aveva una
mia camicia avvolta intorno alla mano che teneva il coltello e, forse per questo motivo, non aveva una presa molto salda. Così sono riuscito a disarmarlo e ho gettato il coltello dall'altra parte della stanza. Non so come ho fatto: la paura mi ha dato la forza».

Rubina Bon

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