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Da violoncellista a viticoltore: «Farò un vino con il mio carattere»

Paolo Brunello, padovano ex violoncellista e ora viticoltore. La sua Vignale di Cecilia vende 50 mila bottiglie ogni anno

Dal violoncello alla vigna. Paolo Brunello e il suo vino con personalità Dai concerti in giro per il mondo con piccoli gruppi da camera alle giornate passate tra i vigneti per produrre quel vino che ora viaggia al posto suo. Ecco la storia di Paolo Brunello, 42 anni, padovano, viticoltore. L'articolo

PADOVA. Paolo Brunello la febbre da palcoscenico non l’ha mai avuta. Violoncellista di musica antica, si è reinventato viticoltore, seguendo un percorso tracciato decenni prima dal nonno Nello. Quarantadue anni, la barba lunga e brizzolata, parla pacatamente di una trasformazione che non ha avuto niente di estemporaneo, ma che ha preso forma in modo del tutto naturale. «Sono nato a Padova ma poi, ancora piccolo, sono andato a vivere a Baone, sui Colli Euganei, dove mio nonno aveva acquistato quattro ettari di terreno e dove mio padre ha costruito casa».

Papà Giorgio è stato direttore di conservatorio a Verona, il suo strumento il clarinetto. A 10 anni Paolo si è sentito chiedere: “Vorresti suonare uno strumento? ”. La risposta affermativa conduce Paolo alla scelta del violoncello, «perché non stride nelle orecchie» e perché l’avrebbe portato a trovare un’occupazione da musicista con meno concorrenza. Il perfezionamento sulla musica antica e barocca lo porta a suonare da “free lance” con piccoli gruppi da camera: gira il mondo, molta Europa ma anche Stati Uniti, Sud e Nord-America.

Fare il musicista gli ha sempre concesso del tempo libero così, alla fine degli anni Novanta – momento florido per la produzione enologica che si intreccia con la scomparsa del nonno – comincia a dedicarsi ai terreni familiari. «È stato un lento migrare, un processo naturale, come ogni frutto ha la sua stagione». Nasce Vignale di Cecilia, un’azienda che ad oggi produce circa 50 mila bottiglie all’anno. La musica lascia il posto al vino, il violoncello viene accantonato e infine abbandonato «perché ho sempre suonato da professionista e non voglio farlo così, a metà».

Quello che non era riuscito a fare con lo strumento ad arco lo farà invece con le vigne. «Quando suonavo c’era sempre un direttore artistico che mi guidava, alla fine ero un mestierante. Ora invece sono io che dirigo: produco un vino artigianale, biologico, di cui sono fiero».

I quattro ettari di nonno Nello sono diventati dodici, i vini sono quelli tipici dei Colli: bordolesi, tocai, garganega, moscato, serprino. Negli anni sono arrivati i premi, la qualità si è raffinata e i vini di Brunello hanno cominciato a girare il mondo: si trovano in Francia e negli Stati Uniti. Il loro comune denominatore? Sono fatti a mano, con bassissimo intervento tecnologico. «La cosa che mi dà più soddisfazione è quando mi dicono che i miei vini mi assomigliano: in questo modo ho centrato l’obiettivo, perché significa che hanno una vera personalità».

È un territorio, quello dei Colli Euganei, che entra tutto nei bicchieri di Vignale di Cecilia. Anche in un momento scomodo, pieno di concorrenza. Brunello non si turba e continua la sua vita di custode del territorio. «Amo lavorare all’aria aperta. Sono soddisfatto perché sento di esprimere l’agricoltura giusta per questa zona». E la musica? Che cosa manca di una vita invece senza radici? «Un po’ sento la mancanza del viaggio perpetuo, il vedere sempre posti nuovi». Una nostalgia che comunque non traspare, attenuata dal lavoro quotidiano e dal seguire i ritmi della natura.

 

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