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De Rita: «L’imprenditoria veneta torni a pensare in grande»

Il fondatore del Censis esorta a una nuova apertura europea. Centro studi: il nodo non è la direzione scientifica ma l’autorevolezza politica | LEGGI: TUTTI GLI ARTICOLI SUL TEMA

PADOVA. Il Veneto deve tornare a pensare in grande. Per usare una metafora cara a Giuseppe De Rita: «Deve riprendere a respirare a vasti polmoni».

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A oltre 500 chilometri di distanza, il sociologo italiano tra i fondatori del Censis, il centro studi investimenti sociali di cui è stato consigliere, poi segretario e presidente dal 2007, ritorna alle radici per ridisegnare il futuro: quello di un’intellighenzia lungimirante che si confronta con un sottosistema europeo. «Le mie idee sono chiare e forse semplicistiche» esordisce De Rita «per ripensare la Fondazione Nord Est si devono allargare gli orizzonti».

La Fondazione Nord Est nella sua missione, in proporzione come il Censis ha fatto con l’Italia, ha raccontato e analizzato un’area del Paese. Sarebbe immaginabile fare senza?

«Il discorso del Nordest è iniziato a fine degli anni ’80 con la narrazione di un sistema complesso ma legato ad altri sistemi vicini. Il primo rapporto sul Nordest lo fece il Censis nel 1991: era di 300 pagine, sostanzioso. Quel rapporto non vedeva un Nordest chiuso in se stesso ma con una serie di legami intorno: Bolzano e il Brennero per agganciare la Germania, l’Alpe Adria con l’Est Europa e il problema, allora, della disgregazione della Jugoslavia e l’idea della Barcellona-Kiev: un’ipotesi su cui Gianni De Michelis costruì Expo Venezia 2000. Il respiro che c’era allora, e quello che demmo al primo rapporto Nordest, non era chiuso alle province venete ma allargato a un sottosistema europeo. Non a caso, il rapporto non fu fatto dai veneti ma da un organo di ricerca romano che si occupa di ricerca a tutti gli effetti».

Poi cosa successe?

«Questo approccio, dagli anni ’90 in poi, fu ridotto a un sistema interno scollegato. Forse solo fino alla parentesi di Innocenzo Cipolletta fu tentato un collegamento. Per il resto, pur essendoci stati direttori di alto livello, è subentrato un limite di prospettiva e di orizzonte. Non è colpa loro. Forse solo di un condizionamento legato a una proprietà veneta».

Quali gli effetti di questa “chiusura”?

«Non si è più respirato a polmoni vasti. La mia lunga storia di combattente mi ha insegnato che i centri di ricerca dentro piccoli sistemi non funzionano: penso a cosa è accaduto in Lombardia o a Torino: serve la cultura del fuori, non un respiro ristretto».

Il risultato a Nordest?

«Un rinserramento del Veneto: bisognava avere il coraggio di pensare in grande».

Chi ha colpe, se ce ne sono?

«È colpa degli imprenditori politici non del direttore che, ripeto, ha il compito di fare una buona ricerca. Serve una leadership forte».

La Fondazione avrebbe dunque bisogno di nuovi leader “alla De Michelis”?

«Io sono lontano 500 chilometri e non mi impiccio di cose che non mi riguardano. I colleghi direttori hanno tutti una stima enorme ma credo che oggi il problema non sia trovare un nuovo direttore scientifico ma capire se i responsabili politici di questa iniziativa se la sentono di ripensare il destino di loro stessi, non solo della Fondazione».

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«Qual è il destino della borghesia nordestina rispetto all’attuale situazione? Quale il suo modo di pensare rispetto all’estremo Oriente e all’avanzata cinese? Questo è pensare in grande: non è facilissimo, serve un senso della storia generale».

C’era 30 anni fa?

«Ho lavorato a Nordest a fine degli anni ’80 e vissuto due grandi logiche di espansione: la prima era la Barcellona-Kiev e ce l’aveva in testa De Michelis, che ci mise la faccia e creò un comitato di 30 membri per l’Expo. Andò male ma ci fu il gusto di fare le cose in grande. Poi ho vissuto l’espansione della Padania con l’asse milanese-lombardo che voleva allargarsi al Veneto. Fu Umberto Bossi, in particolare, che volle che anche il Veneto fosse indicato come Padania. E se una spinta a pensare in grande ce l’ha avuta Bossi, mi chiedo perché i veneziani e i veneti debbano pensare in piccolo».

Il referendum autonomista del 22 ottobre che dimensione di pensiero ha?

«Dopo tutte le grane delle banche con questo referendum ci rinserriamo nuovamente nell’enfisema polmonare: è un problema generale di classe dirigente. Oggi come oggi, non essendosi né De Michelis né Cacciari, che ne avrebbe la cultura, nessuno pensa in grande».

Il rischio che corre il Veneto è di un eterno nanismo?

«La Fondazione Nord Est può essere finanziata per cose piccole ma non si affermerà sul mercato per autorevolezza. Sia chiaro: l’autorevolezza scientifica c’è, ma qui non si tratta solo di fare ricerca, serve autorevolezza politica per interpretare la società italiana e indicare una rotta».
 

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