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I nostri giovani vittime di una guerra inedita

Strage di Barcellona. Paolo Malaguti, scrittore e docente, parla di Luca e Marta, di cui fu insegnante a Bassano: "Reagire con le armi della cultura, dell’integrazione e della parola"

Quando mi è stata chiesta una riflessione su quanto accaduto a Luca e a Marta, l’istinto è stato di rifiutare.

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Parole impossibili da trovare, ricordi in disordine nella mente, rabbia. Ma insegno. Ho avuto tra i miei studenti Luca nel quinto anno, quello della maturità, e Marta per un triennio, al liceo Brocchi di Bassano. E se un insegnante rinuncia alla parola in questi momenti, il senso dell’educazione e della sfida culturale viene meno. In onore degli anni passati con loro troverò le parole.

Entrambi dello scientifico. Stavo per scrivere “studenti positivi, ricchi”. Ma quale studente non lo è, se trovi i sentieri per il suo entusiasmo? Erano in classi stimolanti, nelle quali entravo sapendo che non sarei riuscito a fare quello che avevo in testa, perché le divergenze, le domande arrivavano puntuali. Passava il concetto, vitale per una scuola serena, che la valutazione non è mai giudizio sulla persona, ma chiave, attraverso la materia, per dare valore al loro modo di plasmare la realtà.



Di Luca, tifoso granata, ricordo qualche discussione al termine dell’ora, vista la mia fede juventina. Ricordo la voce profonda, da uomo fatto, e ricordo, durante le interrogazioni, lo sguardo sempre lucido e fisso negli occhi dell’interlocutore. Non è facile trovare ragazzi in grado di guardare con fermezza negli occhi di un adulto. E poi, ma questa è un’altra caratteristica di tutti gli studenti, ricordo la facilità al sorriso, un sorriso ampio, di viso. Il sorriso di chi, a 19 anni, ha le carte in mano, e la consapevolezza che scegliere fa paura, ma è bellissimo.

Marta ha una risata contagiosa, alta, veloce. Cucina torte ottime, che portava in classe in occasione di feste e compleanni (o per ammorbidire chi di dovere prima di un compito); e poi il coro, e poi il volontariato… Ma, anche qui, Marta non è un’eccezione, di norma i nostri ragazzi coltivano, oltre allo studio, tanti interessi, in media più di quanto non facessimo noi alla loro età. Trovo una sua mail nella quale mi scrive, a due anni dalla maturità, che le sono venute in mente le lezioni di letteratura perché, studentessa di Scienze Politiche a Padova, seguiva Sociologia presso il Teatro Ruzante. Scherzava, dicendo di non affliggermi, perché se si ricordava di aver fatto Ruzante voleva dire che i miei sforzi non erano stati del tutto vani.

Attentato di Barcellona: la commemorazione alla Sagrada Familia Nella chiesa della Sagrada Familia si celebra alle 10 la messa solenne per la pace e per commemorare le 15 vittime degli attacchi a Barcellona e a Cambrils. Presenti i reali di Spagna, il premier Mariano Rajoy e la sua vice Suraya Saenz de Santamaria, il presidente della Catalogna Carles Puigdemont, la sindaca di Barcellona Ada Colau e la sindaca di Cambrils Camì Mendoza


L’anno scorso ho accompagnato una classe a Berlino. Alloggiavamo a 50 metri da Breitscheidplatz, le bancarelle del mercatino, sulle quali un mese dopo si sarebbe schiantato un camion del terrore, erano in allestimento. Ci passavamo almeno due volte al giorno. Questo è il mondo che i nostri studenti conoscono. È un fatto. Come è un fatto, doloroso ma ineliminabile, la morte di Luca, ennesima vittima di una guerra inedita. È un fatto il dolore di Marta. Le auguro, anzi, ne sono certo: tornerà a far gioire il mondo con la sua risata, i suoi occhi brilleranno della speranza di cui un ventenne ha diritto. Questi i fatti. Resta la domanda dei ragazzi sul senso di questo dolore. Da educatore, da insegnante, da cittadino europeo spero che Marta, e con lei tutti i figli bassanesi veneti italiani europei del nuovo millennio, non si lascino trascinare dall’impulso alla chiusura, alla reazione violenta alla violenza.

Sì ragazzi, avete delle armi, e sì, dovete usarle.

Avete la cultura: la consapevolezza della nostra storia e dei principi che ci hanno guidati ad essere ciò che siamo. Ripartire dai sensi profondi della civiltà occidentale, non come idolo, ma come deposito di domande e di problemi cui dare risposte per darsi valore.

Avete l’integrazione: i terroristi fanno terrorismo perché non hanno altre armi. Non portano dialogo perché con il dialogo perderebbero. Non portano speranza perché gettare la propria vita per spegnerne altre è segno di cieca disperazione. Se nasceranno ghetti e razzismi il terrore avrà vinto, e nelle periferie, che siano della città o del mondo poco importa, nuove mani saranno armate.

Su tutto, avete la parola, la capacità di dare forma alla paura chiamandola per nome, e, da lì, dare voce a ragionamenti, levare accuse, segnare rotte. E fare di questo mondo un posto migliore di quello che siamo stati in grado di consegnarvi.

Insegnante e scrittore

ha concorso

al Premio Strega con

“La Reliquia di Costantinopoli”
 

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