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La decisione dei giudici: resterà con la madre il ragazzino «effeminato»

La sentenza della Corte d’appello ribalta la sentenza del Tribunale dei minori. Doveva andare in comunità perché viveva in un ambiente «troppo femminile»

PADOVA. Resterà in famiglia con la madre e le sorelle Marco (nome di fantasia, ndr), il ragazzino padovano di 13 anni destinatario di un decreto di allontanamento da parte del Tribunale dei minori di Venezia perché gli operatori dei servizi sociali avevano ravvisato per lui la necessità di un «percorso di revisione» per il suo essere, tra le altre cose, troppo effeminato, vivendo in un ambiente in cui le «figure di riferimento sono solo femminili». Una decisione che aveva fatto discutere e che è stata ribaltata ieri dalla Corte d’appello. Protagonista della battaglia legale è stato l’avvocato Francesco Miraglia, che ha seguito la famiglia per anni e che adesso canta (forse con un po’ troppa enfasi) «vittoria!».

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«La Corte ha accolto ogni nostra richiesta, visto e considerato che il provvedimento di allontanamento era stato pronunciato sulla base di una relazione vecchia di cinque anni, quando il ragazzino era completamente diverso: allora era un bambino di otto anni, ora è un adolescente di quasi quattordici – racconta il legale della mamma di Marco – All’udienza dello scorso 8 agosto non ho portato nuove prove, nuove testimonianze, nuove relazioni. Ho semplicemente portato davanti ai giudici il ragazzino stesso, facendo vedere loro sulla pelle e sulla vita di chi stessero emanando dei provvedimenti assurdi e immotivati. I servizi sociali avevano già disposto che il ragazzino, il giorno dopo Ferragosto, venisse trasferito in una comunità di Treviso. Davanti a loro si è presentato un normalissimo adolescente, che ha ribadito ancora una volta che una famiglia ce l’aveva e non vedeva perché dovesse allontanarsene».

La storia di Marco però è molto complessa e quello dell’effeminatezza è solo un aspetto della personalità del ragazzino. Una personalità forgiata da un passato difficile. La madre infatti ha denunciato qualche anno fa il padre per abusi sessuali. Il processo si è concluso con un’assoluzione per insufficienza di prove, la procura ha fatto ricorso in appello. La madre però viene indicata dai servizi sociali come la responsabile del «comportamento oppositivo» di Marco nei confronti del padre, che non vuole più incontrare. A districare la matassa gli operatori dei servizi sociali, finiti anche loro nel pantano delle polemiche.

«Questo è un caso emblematico di come spesso i Tribunali dei Minori si trovino ad emettere dei provvedimenti e ad assumere decisioni pesanti per la vita dei bambini, sulla base di relazioni di servizi sociali incompetenti», accusa l’avvocato Miraglia, protagonista di numerose battaglie legali su casi come questo in tutta Italia. «I servizi sociali fanno tutto quello che è nelle loro possibilità per dare la possibilità al minore di crescere nel modo migliore», aveva spiegato all’epoca dei fatti il presidente dell’ordine Monica Quanilli.
 

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