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Bar affamati dai buoni pasto: da settembre doppio listino

L'Appe  di Padova (1.600 iscritti su 2.500 esercenti): "Caro-commissioni e costi insostenibili, dal prossimo mese sconto a chi paga in contanti"

PADOVA. Per la prima volta l’Appe (1.600 iscritti su 2500 esercenti), dal prossimo settembre inviterà i baristi ed i ristoratori a utilizzare un doppio listino prezzi. Naturalmente, secondo quando è previsto dalle norme Antitrust, l’Associazione dei pubblici esercizi padovani non indicherà i prezzi per ogni prodotto né, tanto meno, obbligherà i locali a praticare un prezzo piuttosto che un altro ma alla luce dell’«ennesimo rincaro delle commissioni sui buoni pasto» l’associazione e con lei molti dei bar cittadini scendono sul piede di guerra. Il doppio listino, infatti, riguarda in particolare i prezzi applicati a chi utilizza i buoni pasto per pagare la colazione o saldare il conto della pausa pranzo prima di tornare al lavoro.

Da settembre, secondo la campagna di mobilitazione annunciata dall’Appe, chi pagherà la consumazione in contanti avrà un prezzo scontato; chi invece utilizzerà i ticket forniti dal datore di lavoro per saldare il conto non avrà alcuna riduzione. E in certi casi, secondo quanto emerge già tra i locali che lavorano molto con gli uffici, ci sarà una maggiorazione del costo dei menù del giorno. Un esempio per capire il nuovo meccanismo di pagamento. Il caffè al banco costerà un euro a chi lo pagherà in contanti, mentre si dovranno sborsare 1,10 euro nel caso di pagamento con il buono pasto. In genere la differenza di prezzo sarà sui dieci centesimi per quasi tutte le bevande.

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Naturalmente l’utilizzo del “doppio listino” dipenderà, sempre ed ovunque, dalla scelta dell’esercente. «I baristi, in particolare quelli che hanno l’attività nella zona di Padova Uno (zona Stanga), sono stanchi di subire le vessazioni messe in campo dalle ditte emettitrici dei buoni pasti (le più note sono QuìTicket, Pellegrini, Day Ristoservice, Ticket Restaurant, ndr)» spiega il direttore dell’Appe, Filippo Segato. «Le ditte emettitrici, per recuperare gli sconti che garantiscono alle singole aziende o banche che acquistano i ticket (un buono da 5 euro in genere viene acquistato a 4 euro dalle ditte emettitrici), pretendono dai singoli esercizi delle commissioni dal 12 al 14% diventate ormai insostenibili. Inoltre le ditte emettitrici pagano, quasi sempre, in ritardo: di solito sino a 90 giorni. Si generano poi dei contenziosi amministrativi che, quasi sempre, non stanno né in cielo e né in terra e, sempre più spesso, costringono gli esercenti a sostenere una valanga di spese aggiuntive per recuperare i soldi, che, ad esempio in altri paesi tra cui in Francia, arrivano in cassa solo dopo pochi giorni dall’utilizzo dei buoni pasto».

In buona sostanza, stima l’Appe, il costo che l’esercente deve sostenere per incassare un buono pasto è pari a circa il 25% del suo valore. Con il doppio listino gli esercenti dell’Appe mirano anche a risanare una situazione generale che, negli ultimi anni, è diventata una (brutta) abitudine collettiva. «Innanzitutto il buono pasto andrebbe utilizzato solo nella fascia oraria dedicata al pranzo» osserva Matteo Toniolo, esponente del direttivo provinciale dell’Appe. «Non dovrebbe essere usato anche alla mattina. Ad esempio per fare colazione al bar con cappuccino e brioche. Non dovrebbe essere usato nei supermercati ed, infine, non dovrebbe essere passato alla moglie o a un altro familiare per essere speso un po’ ovunque».


 

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