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Se la Lega Nord fa politica con i piedi

Da Re minaccia pedate a chi critica i risultati delle amministrative riproponendo a Padova il trito copione del tradimento

VENEZIA. Dalla Lega calcio alla Lega calci. Promette di dispensare pedate nel lato B, Toni Da Re, segretario del Carroccio veneto, a chi dall’interno del partito critica i deludenti risultati di questa tornata elettorale: risposta magari debole sul piano politico, ma sicuramente efficace su quello pratico.

E che si intona alla perfezione con il nuovo corso muscolare introdotto a livello nazionale da Matteo Salvini: non sei d’accordo? “Fora di ball”. Linea ispiratrice da sempre dell’ormai  fu-sindaco di Padova Massimo Bitonci, che l’ha applicata con una rigorosa par condicio: amici e avversari, uniti nella botta.

Colpisce, in tutti questi atteggiamenti, l’assenza di ogni pur minimo cenno di autocritica. Dopo gli ultimi risultati, la Lega in Veneto guida oggi un solo capoluogo su sette, oltretutto marginale come Rovigo; dove per giunta il sindaco non gode di molta popolarità neppure tra i suoi.

Il caso Padova è esemplare, col risultato di sconfinare nel ridicolo: si arriva a mettere sotto accusa per mancata collaborazione l’alleato di Forza Italia, cioè di un partito che non è riuscito a racimolare neanche il 4 per cento...

E si ripropone il trito copione del tradimento, senza chiedersi come mai il sindaco defenestrato avesse perso per strada metà della sua giunta già prima di essere sfiduciato dal consiglio. In ogni caso, il risultato non cambia: scaricare le responsabilità della sconfitta sugli altri, e respingere a sdegno e pedate le riflessioni sulle proprie, è l’equivalente politico della vecchia battuta, “non sono io razzista, sono loro che sono negri”.

Serve per autoassolversi, non per capire e soprattutto per rimediare. Che sarebbe invece importante: anche perché non si può sempre confidare sull’inconsistenza degli avversari, com’è fin qui avvenuto in regione. E come il segnale anomalo di Padova dovrebbe suggerire.

Oltretutto, questa linea muscolare non rispecchia la vera anima della Lega, particolarmente in Veneto: dove il Carroccio ha potuto e può tuttora contare su una rete di amministratori validi e con alto indice di gradimento; come ha potuto sperimentare lo stesso Da Re nella sua lunga esperienza di sindaco di Vittorio Veneto.

Politici sostanzialmente moderati, che non stavano allineati e coperti a prescindere, neppure quando al vertice del partito c’era il Capo Unico Bossi, con certi suoi cavalli di battaglia come la secessione.

E che proprio per questo sono arrivati a governare decine di Comuni ispirandosi non ai proclami ma ai fatti, non agli slogan ma alla sostanza: votati e spesso confermati anche da fasce di elettorato esterno per la loro concretezza e la capacità di farsi interpreti della comunità, non di una sua parte.

Lo stesso governatore della Regione Luca Zaia, pur uniformandosi alla linea nazionale, non ha mai fatto e non fa uso dei toni aspri e sprezzanti esibiti dai Salvini romani e dai Bitonci veneti.

Di fatto, la Lega di oggi è tutt’altro che monolitica come la vorrebbe far apparire il suo muscolare segretario. Esiste, in una sua componente tutt’altro che marginale, la convinzione che non serve aumentare le percentuali di voto, se poi quel consenso non diventa politicamente spendibile; e d’altra parte, spesso le urne forniscono risposte ben diverse da quelle dei sondaggi. Come dimostra proprio quel modello lepenista cui Salvini si ispira: alla prova dei fatti, il partito dell’esplosiva leader francese rimane assolutamente marginale.

E l’anima veneta della vecchia Liga sa bene che i consensi si guadagnano non con le comparsate televisive e con i titoli di giornale, ma battendo il territorio

a tappeto e vendendo non fumo ma sostanza. Perciò, forse è meglio partire dalle critiche per farne motivo di analisi, confronto e rimedi, anziché viverle con fastidio e minacciare dure reprimende. Ci sono molti modi di fare politica, certo. Ma quello con i piedi non ha mai portato lontano.

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