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Liste civiche e astensione: due sfide verso i ballottaggi in Veneto

Le difficoltà del centrosinistra e il caso Padova: il Pd deve guardarsi dalla logica di una pretesa autosufficienza

Dalle urne emerge una serie di indicatori. Primo punto: la percentuale dei votanti sta su un piano inclinato e l’astensionismo ha tanto accelerato da essere largamente il primo partito.

Secondo punto: il Movimento 5 Stelle ha subìto una pesante battuta di arresto, e i voti mancati a Grillo sono andati a ingrossare l’astensionismo.

Terzo punto: il centrodestra, al Nord a leadership leghista, ha saputo compattare in modo più determinato i propri seguaci.

Quarto punto: il centrosinistra appare in difficoltà, che l’eventuale esito favorevole ai ballottaggi potrebbe solo in parte mimetizzare. La scarsa attrattività del Pd, in particolare, è certificata esattamente dal risultato elettorale: in termini di voti assoluti, il partito di Renzi ha perso per strada un patrimonio.

Infine un quinto punto attiene alla diffusione della forma “non partito”, insomma all’affermazione di liste civiche o esperienze assolutamente atipiche o legate a leadership peculiari.

In quest’ultimo capitolo possiamo ricomprendere le performance del sindaco ex grillino di Parma (Federico Pizzarotti), così come la conferma per la quinta volta di Leoluca Orlando a Palermo, così come la sorprendente presenza alla contesa del 25 giugno a Verona di Patrizia Bisinella (compagna del sindaco uscente Fabio Tosi), così come la cavalcata in solitaria del sindaco uscente di Belluno.

Prendiamo il caso bellunese, con il “civico” di centrosinistra Jacopo Massaro che ha poco meno del doppio dei voti del suo sfidante “civico” di centrodestra Paolo Gamba. Va da sé che il Pd avrebbe di che riflettere sulla sua incapacità di mantenere al proprio interno una figura come Massaro.

Il primo tempo della partita presenta questi elementi, che contengono fenomeni non di breve periodo. Ma tutti ricorderemo essenzialmente l’esito finale della partita, ossia i ballottaggi in calendario tra due settimane.

E vedremo, in particolare, se terrà la linea del Piave della Lega di Matteo Salvini. Trincea che vale tanto nello scontro con gli avversari dichiarati (Pd in primis), come per gli antagonisti interni all’alleanza (Berlusconi). Sono importanti le sfide di Como o di Verona, in questo senso, ma forse l’evento di maggior importanza riguarda Padova.

Nel microcosmo di Padova sono leggibili gran parte dei fenomeni nazionali. Il candidato di centrosinistra, Sergio Giordani, soffre di una significativa fuoriuscita di voti dal suo bacino verso l’astensione (stimata dall’Istituto Cattaneo nella sua analisi sui flussi nella misura del 5,5% del corpo elettorale).

Della modesta performance del Movimento 5 Stelle, che paga evidentemente il trend nazionale e lo scarso radicamento territoriale, beneficia in primis il candidato “civico” Arturo Lorenzoni. L’ex sindaco leghista Massimo Bitonci tiene assieme in modo saldo l’elettorato di centrodestra.

Non saprà probabilmente calamitare ulteriori consensi, ma Bitonci – se sarà capace di portare al secondo turno il bottino conquistato domenica – promette di essere uno sfidante arduo per Giordani.

Quanto peserà l’astensionismo a Padova il 25 giugno? Questa è la vera incognita. E qui viene in questione la capacità del centrosinistra di ritrovarsi in un progetto di cambiamento e in un racconto solido e magari appassionante. Sarebbe da stolti immaginare che i consensi raccolti da Giordani e Lorenzoni siano sommabili.

Ma paradossalmente proprio l’ottimo risultato agguantato da Lorenzoni, assai superiore alle previsioni, può spingere il Pd e le civiche di accompagnamento a Giordani fuori da una logica di pretesa autosufficienza.

Se avverrà un autentico mescolamento

di uomini, programmi, competenze ne avrà vantaggio la proposta politica e la competitività di Giordani. E non di meno, qualora Giordani prevalesse su Bitonci, ne avrà vantaggio la qualità dell’amministrazione e la capacità di dialogo con i cittadini.

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