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Popolari venete, tempo scaduto: Roma eviti il fallimento

Finora le due banche hanno fatto un falò con carta di banconote per 18 miliardi

Tempo scaduto. Dopo due anni di traccheggiamenti, di false partenze, di annunci la crisi delle ex banche popolari venete sta giungendo al suo epilogo. Solo ed esclusivamente se il Governo sarà conseguente alle parole pronunciate dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarà possibile scongiurare il fallimento.

«Per Popolare di Vicenza e Veneto Banca il bail-in non ci sarà» ha detto il rappresentante del governo. Fuor da inglesismi e cortine fumogene, incombe il tema del fallimento. E più il tempo trascorre, e più il fallimento diviene una certezza. Non una possibilità o una eventualità, ma una matematica certezza.

Non è da credere che la questione Popolare Vicenza e Veneto Banca riguardi “appena” gli 11mila dipendenti o i 210mila soci. Parliamo di istituti che hanno sostenuto in misura determinante il tessuto economico e le famiglie venete (e di buona parte d’Italia).

Se le due banche fallissero, sarebbe una slavina che avrebbe ripercussioni devastanti, ardue da immaginare sui clienti, sui sottoscrittori di bond e sui depositanti.

Pare che solo in queste ore al Governo abbiano preso consapevolezza piena della estrema gravità della situazione e della inaccettabile surreale lunghezza delle trattative in corso da mesi e mesi con le autorità comunitarie e con la Banca centrale europea.

Forse al ministero dell’Economia avevano dedicato ogni energia all’altro gigante malato, ossia al Monte dei Paschi di Siena (che dalle nostre parte include un marchio di nome Antonveneta). Forse non avevano capito che tra Bruxelles e Francoforte vi è chi ritiene che Mps sia un attore “di sistema” e dunque troppo grande per ammetterne il fallimento, mentre le due ex popolari venete sono vissute come soggetti regionali e pertanto sacrificabili.

Ma forse proprio l'altro giorno Padoan, incontrando gli allarmatissimi vertici di BpVi e Veneto Banca, ha finalmente inteso che parliamo di istituti ancora nel ranking dei primi 10-15 italiani e presìdi di una regione fondamentale per l’Italia intera.

Tocca al Governo adesso essere coerente: si «è impegnato perché la soluzione sia definita in tempi rapidi». Tocca trovare una soluzione al rebus che le autorità comunitarie vanno di giorno in giorno sempre più complicando.

Emblematica al riguardo la condizione posta da ultimo da Bruxelles: al salvataggio – all’interno del piano di ricapitalizzazione da 6,4 miliardi, che dovrebbe essere sottoscritto dallo Stato – dovrebbero concorrere per un miliardo di euro fantomatici investitori privati.

Finora le due banche hanno fatto un falò con carta di banconote per 18 miliardi, di cui 11 miliardi di valore azionario bruciato e il resto di ricapitalizzazioni e ulteriori perdite.

Se le autorità comunitarie fossero inflessibili nella loro condizione, e non comparisse il socio pazzo intenzionato a immettere un ulteriore miliardo, il Governo sarà disposto a affrontare una procedura di infrazione in sede Ue pur di difendere la propria parola e un presidio di credito a Nordest? Oppure, in un negoziato politico indicibile, al salvataggio è stato ammesso solo il Mps? 

Il tempo è una variabile determinante: come è immaginabile che i clienti “sani” o semplicemente quelli che possono scegliere restino a intrattenere rapporti con due banche in difetto della materia prima? Non parliamo di denaro. Parliamo di credito, ossia di fiducia.

E più tempo passa, più la fiducia si consuma, più la paura dilaga. Occorre fare presto, anzi prestissimo. E serve vigilanza e consapevolezza e determinazione, in primis nel ceto dirigente veneto.

Serve che i gruppi parlamentari di ogni colore,

gli amministratori, i rappresentanti delle categorie economiche, gli imprenditori più significativi, insomma gli attori sociali che portano maggiore responsabilità facciano sentire tutto il loro peso nei riguardi del governo e, non di meno, presso le istituzioni comunitarie.

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