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Delitto Sancovich, trent’anni a Rossi: «Premeditò l'omicidio»

Il giudice accoglie ricostruzione e richieste dell’accusa fissando risarcimenti per 700 mila euro ai familiari del consulente Moncler

PIOMBINO DESE. Trent’anni di carcere per omicidio premeditato reclamati sia dalla pubblica accusa che dalla parte civile. E trent’anni sono stati inflitti dal gup padovano Domenica Gambardella che, ieri pomeriggio dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di Renato Rossi, il 67enne originario di Ferrara ma residente nel Veneziano a Martellago in via Fapanni, accusato di aver organizzato ed eseguito l’assassinio del consulente di Moncler, Ezio Sancovich, 62 anni di Rubano. Ma anche di illegale detenzione e porto in luogo pubblico di un’arma con le aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa da parte della vittima. Non solo. Oltre alla confisca dell’auto Fiat Freemont dell’imputato, il giudice ha riconosciuto le spese legali e una provvisionale immediatamente esecutiva (un anticipo del risarcimento) alla famiglia Sancovich, costituita parte civile con il penalista milanese Nicolò Pelanda: 250 mila euro a ciascuna delle due figlie, Francesca e Emanuela, e 200 mila euro alla vedova Carla Saccomandi. Il resto del risarcimento dovrà essere definito in una separata (ed eventuale) causa civile (eventuale visto che l’imputato non possiede nulla o quasi). Entro 90 giorni saranno disponibili le motivazioni alla base della sentenza emessa al termine di un giudizio abbreviato che prevede, per legge, lo sconto di un terzo della pena.

I familiari della vittima. In aula Rossi ha ascoltato, immobile, la lettura del dispositivo. Poi, smarrito, ha guardato il giudice prima di essere accompagnato fuori dall’aula per tornare in carcere. «Chiedeva giustizia la famiglia Sancovich, che ha sempre mantenuto un atteggiamento composto vivendo con riservatezza il proprio dolore per un atto ormai irreparabile. E riteniamo che giustizia sia stata fatta con l’applicazione del massimo della pena» commenta l’avvocato Pelanda in aula con la moglie e le figlie di Ezio Sancovich.

Il contesto. Questione di soldi. Anzi, di debiti. Piccolo imprenditore che grazie a Sancovich lavorava per Moncler, Renato Rossi stava affogando dal punto di vista finanziario: nei giorni precedenti al delitto, la vittima aveva chiesto la restituzione di una cifra tra i 15 e i 20 mila euro. Ma Rossi non aveva un quattrino. In più è sempre stato un carattere violento, spesso abituato a risolvere con sfrontatezza i problemi. Tra i due anche un giro di false fatture per qualche migliaio di euro, fornite da Rossi e impiegate dalla vittima per abbattere l’imponibile. Ecco le ragioni (se tali si possono definire) che avrebbero spinto all’omicidio l’imputato, un casellario giudiziario che registra diversi precedenti (per violazioni nei versamenti Iva, ricettazione e detenzione illecita di armi). E, alle spalle, il sospetto (finito in archivio) di un altro omicidio-fotocopia, quello del commercialista ferrarese Luciano Forlani, ucciso il 21 dicembre 1989 e trovato seduto nel posto di guida dell’auto con due colpi in testa e uno al cuore.

Il delitto. È la sera dell’1 febbraio 2016 quando viene scoperto un cadavere all’interno di una Bmw 320 Touring ferma lungo il ciglio della tangenziale Nuova Castellana a Piombino Dese. È il corpo di Sancovich, seduto al posto di guida con la cintura allacciata, il vetro del finestrino integro e chiuso, tre colpi di pistola alla tempia sinistra sparati a bruciapelo con una semiautomatica Walther P38 calibro 9 Luger in uso alla Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale. In poche ore il giallo è risolto dal pm Roberto Piccione, grazie all'esame dei tabulati telefonici e alle riprese delle telecamere esterne al quartiere generale di Industries spa di Trebaseleghe, che gestisce il marchio Moncler. Rossi viene arrestato all’alba e la pistola recuperata in un cassonetto dei rifiuti vicino

a casa sua. Difesa disperata la sua: ha sempre sostenuto di aver reagito all’aggressione di Sancovich che lo avrebbe minacciato con la calibro 9 da lui prestata alla vittima un anno prima. Vittima che non aveva mai avuto la passione per le armi, al contrario di Rossi, da sempre collezionista.

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