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Meriem: «Papà aiutami, voglio tornare a casa»

L’ultima telefonata della 21enne arruolata dall’Is ai genitori otto mesi fa. Il difensore: «Come si dimostra che è stata arruolata dall’Isis?»

Il toccante appello del papà di Merieme Rehaily racconta la storia della sua famiglia e spiega che è su internet, e non nell'ambiente che la circondava, che la figlia può aver trovato chi l'ha fuorviata


Il papà, la mamma, due amiche del cuore, la prof, l’impiegata dell’agenzia di viaggi da cui acquistò il biglietto aereo, il pakistano che la portò in aeroporto, e la studentessa turca che condivise il volo verso Istanbul e le prestò il cellulare per una telefonata strategica. Sono alcuni dei testimoni - undici in tutto - che la pm di Venezia Francesca Crupi ha citato ieri in apertura del processo a carico di Meriem Rehaily, la 21enne marocchina di Arzergrande accusata di essere la prima foreign fighter veneta arruolata nelle fila dell’esercito dell’Isis in Siria come “Sorella Rim, soldato dell’esercito informatico del Califfato”. La Procura antiterrorismo le contesta l’articolo 270 quater del codice penale, ovvero l’arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. «Non vedo l’ora di tagliare teste», aveva scritto Meriem a un’amica. E alla mamma, dopo essere arrivata in Turchia: «Ci rivedremo in paradiso».

Il papà di Meriem: "Torna a casa, tutti ti vogliamo bene, non avere paura" Roudani Rehaily, il padre di Meriem, la ragazza scappata per andare a combattere con l'Is, fa un appello alla figlia: "Meriem torna a casa, tutti vogliamo bene, la mamma sta male per te, non avere paura, non ha fatto niente di male, torna" (video Piran)

Apertura e rinvio. Le operazioni di apertura del procedimento davanti alla giudice monocratica Claudia Ardita sono durate pochi minuti. La pm ha depositato la lista dei testi, chiesto l’esame dell’imputata - latitante - e la trascrizione delle intercettazioni in italiano e arabo. Appuntamento l’11 luglio per il conferimento dell’incarico ai periti. Prossime udienze già fissate per il 19 settembre e il 31 ottobre.

La compagna di viaggio. Tra le persone citate dalla pm c’è una ragazza di Istanbul, studentessa all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. È il 14 luglio 2015, alle 11.25 dall’aeroporto “Marconi” decolla il volo Bologna-Istanbul. A bordo c’è Meriem, vestita all’occidentale per non dare nell’occhio. E c’è anche la studentessa. È proprio a lei che Meriem chiede il cellulare: arrivate a Istanbul, la consegna bagagli è in ritardo e la 21enne marocchina teme che il suo “contatto” che l’avrebbe aiutata ad andare in Siria possa spazientirsi. La giovane turca si ricorda di Meriem: lo ha detto agli investigatori quando è stata sentita.

L’ultima telefonata. È settembre 2016 quando Meriem contatta il padre. Gli ripete che vorrebbe tornare ma non ce la fa, come peraltro gli aveva già detto. Da allora, otto mesi di silenzio. E mille dubbi sul destino della foreign fighter.

La difesa. È l’avvocato Andrea Niero il difensore - assegnato d’ufficio - di Meriem. Ieri era ovviamente presente all’udienza dibattimentale: «È stata approvata la lista dei testimoni dell’accusa» conferma il legale, «io non ne ho. L’accusa utilizza ogni dichiarazione per avvalorare la sua tesi, compresi i genitori. Non vorrei essere frainteso, ma parto dal presupposto che in questo processo abbiamo tutti contro: sono convinto che entro fine anno ci sarà la sentenza e, realisticamente, temo in una condanna». L’avvocato, tuttavia, non si dà per vinto e una strategia per difendere la 21 enne di Arzergrande ce l’ha: «Meriem è accusata di essersi arruolata. Cosa significa? l’arruolamento è un atto tecnico, che va dimostrato. Mostrare simpatie, perorare sui social la causa dei terroristi, andare in Siria: basta questo per dire che c’è stato l’arruolamento della ragazza? Se poi, come emerge dalle telefonate che ha fatto ai genitori, Meriem una volta giunta in Siria, vistasi sotto le bombe e in mezzo ai combattenti, si è pentita della sua scelta tanto da dire di voler tornare a casa, possiamo sostenere che sia stata arruolata? Se così è vuol dire che stiamo processando una sua volontà, saremmo di fronte a un reato d’opinione non contemplato nel nostro ordinamento». Meriem, se condannata, rischia da 5 a 8 anni. «Il timore è che la ragazza sia morta» ammette il difensore, «perché da settembre dell’anno scorso non ha più fatto sapere nulla di sè ai genitori. L’ultima volta che l’avevano sentita era molto scossa, preoccupata, voleva tornare e diceva di non riuscire a farlo». La sua condanna Meriem, può averla già trovata in Siria, lì dov’era andata convinta di imboccare la strada per il paradiso.

Rubina Bon

Elena Livieri

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