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Mamma in coma irreversibile dopo il parto

Padova, indagate due anestesiste dell’Azienda ospedaliera. La perizia: «Ritardo colpevole nell’esecuzione della tracheotomia»

PADOVA. A poche settimane dal parto, già ricoverata da una decina di giorni è diventata cianotica per una crisi respiratoria. Gli infermieri hanno subito chiamato due anestesiste di turno in quel momento che le hanno posizionato la mascherina d’ossigeno senza farle una tracheostomia (che era in programma prima del parto) d’urgenza.

Per 20 minuti la donna è caduta in ipossia riportando un danno cerebrale irreversibile. Il bambino è nato sano e solo dopo il parto le è stata praticata l’incisione nella trachea per far passare l’aria destinata ai polmoni.

Una tragedia che ora vede indagate le due dottoresse, di 56 e 61 anni in servizio all’Azienda ospedaliera. Cooperazione in lesioni colpose aggravate è l’accusa che muove loro il pubblico ministero Francesco Tonon che aveva avviato l’inchiesta dopo l’esposto denuncia del papà (assistito dall’avvocato Guido Simonetti) e dal marito della donna (avvocato Paolo Mele) che tra poche ore compirà 35 anni ed ora si ritrova a vivere in stato vegetale da un anno, ricoverata in un istituto.

La tragedia si compie il 28 aprile del 2016. La donna, che risiede in città, sta portando a termine una gravidanza “a rischio”. Il 19 aprile viene ricoverata in Ostetricia e Ginecologia. Da ragazzina aveva subito una lesione alla trachea dalla quale erano derivati dei lievi problemi respiratori.

La sera prima del parto va in crisi respiratoria grave. Gli infermieri allertano le due anestesiste che arrivano in pochi istanti al suo letto assieme ad alcuni specializzandi. Gestiscono l’emergenza e decidono di farla partorire. Solo dopo eseguono la tracheostomia. Troppo tardi.

Visto che il quadro era già di “stenosi tracheale acuta”. Quindi concorrono a cagionarle un “danno anossico cerebrale causato da una ipossia che si protrae per circa 20 minuti”.

L’inchiesta è inizialmente contro ignoti. Il magistrato affida una consulenza al professor Carlo Moreschi dell’Università di Udine e solo alle risultanze della stessa decide di iscrivere le due anestesiste sul registro degli indagati.

Il consulente, esaminati gli atti e la cartella clinica conclude per un “ritardo colpevole nell’esecuzione della tracheotomia, eseguita dopo 20 minuti con l’arrivo dell’otorinolaringoiatra. Doveva essere eseguita subito, non sono state rispettate le linee guida”.

In pratica il consulente scrive che l’intervento andava eseguito immediatamente e nel caso non ci fosse stato il kit per intervenire (che invece c’era in reparto) avrebbero dovuto utilizzare il cosiddetto “ago grosso” per praticare celermente il foro in trachea.

Ma, come detto, non venne ritenuto di eseguire l’intervento in emergenza. Il bimbo è nato sano, è stato solo portato in incubatrice per un po’. Per la sua mamma invece i danni cerebrali per la mancata ossigenazione al cervello sono stati devastanti e permanenti.

La mamma il suo bambino non l’ha mai visto e mai lo vedrà. Ora l’indagine è formalmente chiusa e tra qualche giorno le indagate riceveranno l’avviso

di chiusura delle indagini. Da quel termine avranno 20 giorno per farsi interrogare o depositare una memoria con le loro ragioni. Ossia cosa le abbia spinte a comportarsi come hanno fatto. Gli specializzandi che erano con loro non hanno avuto nessuna responsabilità in quanto avvenuto.

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