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Artigiano di Campo San Martino taglia la gola alla moglie 

L'uomo, 47 anni, ha confessato l'omicidio: aveva paura di perdere la figlia di tre anni 

CAMPO SAN MARTINO. «Venite a Camisano, in via Alpini 62. Ho appena ucciso mia moglie». È da poco passata la mezzanotte di ieri, quando Mirko Righetto, 47 anni, chiama il 113 per confessare di aver ammazzato Nidia Lucia Loza Rodriguez, 37, all’interno della loro villetta mentre la figlia, di 3 anni, dormiva al piano di sopra. «Ci sono armi in casa?», chiede l’operatore. «No, l’ho uccisa con un coltello», risponde l’assassino. «Stia calmo, stiamo arrivando», lo esorta il poliziotto. La voce non tradisce alcuna emozione: «Non mi muovo. Non mi muovo», assicura Righetto prima di riagganciare. La questura mette al corrente dell’accaduto anche i carabinieri e chiede l’intervento del Suem. Quando le forze dell’ordine e i soccorritori arrivano nell’abitazione, il vicentino è seduto sul divano mentre la donna è riversa sul pavimento della cucina in un lago di sangue. Medici e infermieri provano inutilmente a rianimarla. Il marito viene arrestato e portato in caserma.

La lite. L’uxoricidio è stato probabilmente commesso tra le 23.40 e la mezzanotte. Righetto, nato a Campo San Martino nel Padovano, e la moglie, di origine colombiana ma cittadina italiana, erano sposati da quattro anni, dopo una convivenza di otto. Da qualche tempo il rapporto era in fase complicata. Lui, che in passato aveva avuto qualche problema di dipendenza e alcuni guai con la legge, aveva aperto un’azienda di serramenti che faticava a stare a galla. Lei faceva l’infermiera in una casa di riposo. I litigi erano frequenti, tant’è che i carabinieri si erano già presentati una paio di volte in quella villetta a schiera in via Alpini per riportare la calma. Righetto, che ha un altro figlio di 12 anni frutto di un precedente matrimonio, e Loza Rodriguez hanno cominciato a discutere anche l’altra notte mentre erano in soggiorno, anche se i vicini affermano di non aver sentito nulla. A far precipitare la situazione sarebbe stata una frase pronunciata dalla donna, che avrebbe minacciato di portare la figlia con sé in Colombia per non farla più vedere al marito.

Le coltellate. Sentendo quelle parole, Righetto ha dato in escandescenze, è corso in cucina, ha afferrato un coltello a serramanico le si è avventato contro. Loza Rodriguez pare non aver avuto nemmeno il tempo per tentare di difendersi. È stata pugnalata due volte sul lato destro del collo ed è stramazzata sul pavimento.

Le telefonate. A quel punto, Righetto si è cambiato gli abiti sporchi di sangue. Poi ha telefonato alla madre, Anna Dagostini, che abita poco distante, per chiederle di andare prendere la bambina. L’omicida non le ha parlato della tragedia appena successa. La pensionata, che aveva già ricevuto richieste del genere, non ha sospettato nulla e pochi minuti dopo si è presentata nell’abitazione del figlio. Ha preso in braccio la nipotina che stava ancora dormendo e l’ha portata a casa sua senza poter sapere che nascosto dietro alla porta della cucina, a pochi metri dall’ingresso, c’era il cadavere della nuora. Rimasto da solo, l’assassino ha quindi composto il 113 per costituirsi e ha atteso l’arrivo delle forze dell’ordine.

L’arresto. In via Alpini si sono precipitati carabinieri, poliziotti e il personale del Suem. «Righetto era disorientato, ma è rimasto calmo per tutto il tempo», racconta il colonnello Alberto Santini, comandante provinciale dei carabinieri. L’assassino reo confesso ha mostrato loro il corpo senza vita della moglie sospirando: «So che me ne pentirò per tutta la vita». Vedendo i giocattoli, i militari gli hanno chiesto dove fosse la bambina e lui ha spiegato che si trovava dalla nonna. I militari hanno quindi caricato l’artigiano sull’auto di pattuglia per accompagnarlo alla caserma di via Muggia. Al termine dell’interrogatorio, durato alcune ore, l’arrestato è stato portato in carcere con l’accusa di omicidio aggravato. Ieri mattina, Righetto ha ammesso le proprie responsabilità anche davanti al pubblico ministero Paolo Fietta durante l’interrogatorio di garanzia.

L’indagine. «Siamo di fronte all’ennesimo episodio di crisi familiare che si acuisce fino a sfociare in effetti tragici e il quadro giudiziario è sostanzialmente chiaro», afferma il procuratore Antonino Cappelleri. Che attribuisce il movente «all’affidamento della figlia in un contesto in cui si andava verso una separazione dei coniugi». Un’eventualità che, però, non trova riscontro con

le testimonianze raccolte in paese. Vicini e parenti sostengono che la coppia fosse affiatata e che parlava addirittura di un matrimonio in chiesa, dopo quello civile contratto quattro anni fa. Ci sono dunque ancora alcuni tasselli del puzzle da collocare al posto giusto.

 

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