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Veneto Banca e BpVi, il rischio effetto slavina

La minacca del bail-in delle due ex Popolari e il pericolo che incombe su tutto il sistema Nordest

Il 22 ottobre 2015 mi è capitato di sentire, per la prima volta, l’ennesimo termine inglese applicato al lessico della finanza: resolution. Nella lingua dei mandarini di Wall Street e dintorni, significa in sostanza liquidazione o se volete svendita a prezzi da saldo. Me ne parlava Francesco Iorio, allora da qualche mese amministratore delegato di Banca popolare di Vicenza. In quella situazione, con apparente calma in un salottino dell’hotel Best Western Continental di Udine, il capoazienda della allora decima banca italiana sosteneva che il bivio era ineluttabile: da una parte la ricapitalizzazione da 1,5 miliardi e la connessa quotazione in Borsa, dall’altra la liquidazione dell’istituto. Siamo ancora a quel bivio sia per BpVi che per Veneto Banca, 17 mesi dopo, e con un buco che nel frattempo è divenuto una voragine. E incombe sempre più il rischio di un effetto slavina sull’economia dell’intero Nordest.

Parlo di effetto slavina perché sarebbe assai miope, anzi demenzialmente riduzionistico supporre che la questione riguardi appena i 10 mila dipendenti dei due istituti popolari o i correntisti o i possessori dei bond o i 170 mila azionisti. Basti pensare al falò allestito da chi ha governato le due banche con 10 miliardi di euro bruciati. Non per nulla è in rampa di lancio una commissione parlamentare di inchiesta oltre alle indagini della magistratura.

Francesco Iorio
Francesco Iorio

Iorio per la sua fallita missione indicava un percorso a tappe, che prevedeva la trasformazione in società per azioni, l’aumento di capitale, la quotazione a Piazza Affari, la ristrutturazione, il rilancio commerciale e addirittura 200 milioni di utili netti dal 2019. Abbiamo poi visto come siano finite le fantomatiche cordate degli imprenditori nordestini: praticamente nessuno ha sottoscritto la ri-patrimonializzazione e così le due banche sono passate sotto il controllo del fondo Atlante. Ma nemmeno Atlante ha le spalle così robuste da sopportare il peso di ulteriori 5 miliardi, tanto costa secondo la Vigilanza Bce la “messa in sicurezza” di BpVi e Veneto Banca. La palla avvelenata potrebbe allora passare direttamente nella mani dello Stato e, per chi ha un po’ di memoria, pare in sedicesimo la resurrezione delle Banche di interesse nazionale (Bin) dove lo Stato era appunto l’azionista e anzi il padrone. Lo Stato padrone delle due banche popolari venete (che dovrebbero essere poi fuse in un solo istituto). Il Veneto federalista, il Friuli a statuto speciale con le loro banche sotto il controllo dello Stato. Ed è questo lo scenario più favorevole, perché comunque consentirebbe il mantenimento di un presidio creditizio e dunque un concorso all’alimentazione del tessuto economico di Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Tale scenario non potrà maturare che in seguito a una drammatica road map: gli azionisti sono chiamati dalle banche entro oggi a accettare un indennizzo pari al 15% del valore dei titoli (dunque la perdita sarebbe il rimanente 85%); la Bce deve accogliere la candidatura dello Stato italiano a sostenere l’aumento di capitale come “misura precauzionale” (insomma per evitarne il fallimento); e occorre soprattutto sia ricostituito il clima di fiducia - basilare e essenziale - nella relazione tra comunità territoriali e i due istituti. Non è affatto detto che la Bce accolga il salvataggio di Stato, potrebbe anche far scattare il fallimento di uno o entrambi gli istituti (bail-in lo chiamano i mandarini, in modo da non essere compresi). Siamo stati magistrali nell’allestire in sede Ue una normativa sempre più astrusa, capziosa, intricata: dal lassismo estremo degli anni passati, alla odierna camicia di forza, anzi alla garrota di marca tedesca.

Su un punto infine converrà essere chiari: se la road map non parte, BpVi e Veneto Banca dopo un secolo e mezzo di storia scriveranno la parola fine in capo al loro libro. Le conseguenze possono immaginarle soprattutto le imprese piccole e medie clienti delle medesime banche. I mandarini lo chiamano credit crunch. Sarebbe come se, andando al mercato in cerca di zucchine o melanzane, vi dicessero che non ce ne sono più e che, anzi, dovete restituire subito quelle che vi sono state date a prestito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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