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Gli studenti non sanno l’Italiano, ma neanche i parlamentari

Siamo diventati un popolo che perde la conoscenza della sua lingua perché non frequenta i luoghi dove quella lingua è presente: le librerie e le edicole

Ho insegnato Italiano per tutta la vita, e ho una sconfitta che mi brucia ancora. Una studentessa delle Magistrali, in un compito in classe in cui doveva raccontare una gita, aveva scritto: “Il prof Gamba cade e si rompe la medesima”.

Le segno errore blu. Viene alla cattedra a protestare: “Il prof si chiama Gamba?”, Sì”, “E non si è rotto una gamba?” , “Sì”, “ E non posso scrivere che si è rotto la medesima?”. Lunga discussione, ma non ha capito.

Non era un errore di lessico, o grammatica, o sintassi: era un errore logico, del cervello. Scrivere bene in italiano vuol dire far funzionare bene il cervello.

Noi abbiamo alcuni parlamentari, più d’uno, che sbagliano i congiuntivi e i periodi ipotetici. Ce n’è uno, allevato dal suo partito come futuro presidente del consiglio, che se fa tre congiuntivi li sbaglia tutt’e tre. Lui fa un coniuntivo e lo sbaglia, lo corregge e sbaglia, lo ri-corregge e ri-sbaglia.

Non dovrebb’essere in parlamento, andava fermato prima. E quando? Prima della Maturità. I docenti universitari che protestano col governo perché gli arrivano studenti che fanno errori da terza elementare, hanno ragione. Purtroppo.

Ma non vorrei che l’università si ritenesse innocente di fronte a questo disastro. Una volta ci si laureava scrivendo un libro, che era appunto la tesi di laurea: una prova di abilità intellettuale, ricerca delle fonti, confronto delle testimonianze, costruzione del proprio punto di vista, e scrittura a mano o a macchina. La tesi era il primo libro scritto dal laureando, che si sperava poi ne scrivesse tanti altri.

Che cos’è oggi una tesi? Una galoppata attraverso Internet: in Internet c’è tutto, il laureando passa di corsa tra i testi che trattano l’argomento della sua tesi, e pilucca di qua e di là le idee e le formule che gl’interessano. Una tesi oggi è un lavoro di taglia e incolla. Il cervello non c’entra.

Per gli studenti, dalle elementari all’università, non c’è mai una vera selezione. Alle elementari e alle medie è considerato un crimine sociale dare voti bassi o negativi a un bambino o ragazzino. Tutti vanno incoraggiati e promossi.

La Maturità, di ogni ordine, è una tombola: tutto dipende dalla materie che il ministero assegna, e da quelle che lo studente può scegliere. In Italiano devi portare un’opera di qualche autore contemporaneo, ma è più che sufficiente che impari un riassuntino.

Nove volte su dieci, il commissario che t’interroga non ha letto quell’opera, e sta molto sulle generali: se lui non l’ha letta, tu puoi cavartela anche se non l’hai letta. Stiamo avvicinandoci al cuore del problema: non sappiamo più scrivere perché non sappiamo più leggere.

I nostri studenti (ma anche i nostri professori, il nostro popolo) legge poco o niente. Vedo che qualche giornale attribuisce la colpa di non saper scrivere al fatto che abbiamo avuto cattivi maestri, come Tullio De Mauro, che condannava l’appiattimento linguistico delle classi sociali basse sul modello delle classi alte, quelle che facevano la storia, o come Asor Rosa, che per giudicare un’opera giudicava il suo impianto ideologico, per cui per essere bella dev’essere di sinistra.

Ma no, tutto questo non c’entra.

I ragazzi non sanno scrivere perché non leggono. Non leggono né libri né giornali. Siamo diventati un popolo che perde la conoscenza della sua lingua perché non frequenta i luoghi dove quella lingua è presente: le librerie e le edicole. Se il parlamento vuol far qualcosa,

tratti meglio la cultura e la lettura, i libri e i giornali. Ma il fatto è che un popolo a bassa cultura è rappresentato da parlamentari a bassa cultura: indegno con indegni. E così il cerchio si chiude, e tutti hanno il proprio interesse, sia quelli del popolo che quelli del parlamento.

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