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Centralismo e attacco alle Regioni

Verso il referendum costituzionale: perché si dovrebbero riaccentrare le funzioni a Roma?

Siamo nel pieno di un andamento pendolare, tra decentramento e neo-centralismo. La stessa riforma costituzionale, su cui da cittadini saremo chiamati a esprimere un parere al referendum, segna (anche) un passo di rientro verso Roma e un depotenziamento delle Regioni. Perché i conti non tornano mai? Perché le analisi che si compiono sono, molto spesso, errate nei loro presupposti. Saranno errate pure le conseguenze. Pertanto, è opportuno verificare se hanno un ragionevole fondamento tesi di questo genere, che vanno per la maggiore: le Regioni sono state una iattura; ad esse vanno addebitate grandi responsabilità per aver alimentato la spesa pubblica ed esercitato funzioni che dovevano rimanere statali. Per non dire del contenzioso costituzionale. Liquido subito quest’ultimo argomento osservando che è lo Stato che eccelle nell’impugnare leggi regionali anche per aspetti insignificanti.

Quanto al resto, è bene sapere qualcosa d’altro.

1) Chi confida sul rimedio dell’accentramento delle funzioni - già oggi, comunque, lo Stato fa quel che vuole, avvalendosi delle materie-funzione, della chiamata in sussidiarietà e del potere di coordinamento -, si annoti questo dato: la Commissione economica, istituita dal ministero per la Costituente, nel 1946 rilevava che lo Stato fascista, superaccentrato, non era riuscito a rimediare a un diffuso disordine tra i poteri locali, che, allora, erano incentrati sull’autarchia di Comuni e Province.

2) Quando, nel 1970, furono istituite le quindici Regioni ordinarie, la burocrazia centrale - che, allora come ora, comanda alla politica, come nel 1978 notò sarcasticamente Massimo Severo Giannini - trattenne per sé funzioni regionali e negò alle Regioni una finanza autonoma. Niente tributi regionali propri (fu dato qualche ectoplasma), niente autonomia finanziaria, nessuna responsabilità. Questo è un sistema che va bene per enti parassitari, che rappresentano società parassite. Ovviamente, fin da allora, si è affermato il criterio della linearità: si dà e si riduce allo stesso modo, senza mai considerare meriti e demeriti. Insomma, operare bene oppure male è privo di conseguenze. Qualche Regione del Sud si segnalò per non aver presentato i bilanci consuntivi della sua gestione. E l’occhio vigile dello Stato?

3) Lo Stato, appunto. Se i buoi sono scappati dal recinto, è colpa soltanto dello Stato, cui l’art. 119 della Costituzione assegna la funzione di indirizzo e coordinamento finanziario. Nessuna modificazione è stata introdotta con la riforma del 2001 e la Corte costituzionale ha attribuito a tale funzione una capacità espansiva eccezionale. Sicché, quando alcune Regioni - Lazio in testa - hanno provocato un deficit extra bilancio in sanità di proporzioni colossali (una ventina di miliardi di euro), che cosa hanno fatto i governi Berlusconi e Prodi? Sono intervenuti, comunque, senza sanzionare, imponendo a Regioni, rispettose delle leggi, di dare il loro contributo. Perché, come si sa, la sanità è finanziata attraverso la fiscalità generale, che, pro quota, proviene dai territori regionali. Il tutto, con la benedizione della Corte costituzionale.

4) È fondato, allora, sostenere che le Regioni hanno male amministrato e creato disavanzi finanziari, come si sostiene allegramente, ad esempio, su “Il Sole 24 Ore” del 22 e del 29 agosto? Tali disavanzi sono sempre patologici? Sono connessi a spese di mero funzionamento oppure anche di investimento?

Il debito pubblico ha a che fare per nulla o per molto poco con Regioni ed enti locali. È passato dal 60% a oltre il 100% negli anni Ottanta del secolo scorso, come hanno ammesso Giuliano Amato e Francesco Cossiga. Erano i partiti che si combattevano, utilizzando la spesa pubblica, per ottenere il consenso degli italiani. I quali, pure loro, hanno gravi responsabilità. Ciò consente di sottolineare che, se un deficit anomalo e fuori controllo si è formato nel decennio 1980-1990, è insensato addebitarlo alla riforma costituzionale del 2001.

5) È vero, invece, ben altro. Da sempre, in Italia è stato impossibile ragionare in termini di costi e di benefici: in una parola, di responsabilità. Risulta a qualcuno che Comuni in condizioni fallimentari siano stati sottoposti alle procedure di dissesto previste dalla legge? Nulla di nulla. Chi avrebbe dovuto provvedere? Roma, naturalmente, che è il porto delle nebbie. Siamo sicuri, allora,

che, riaccentrando funzioni, si riuscirà, ad esempio, a far sì che la Calabria abbia una sanità comparabile con quella emiliano-romagnola, lombarda o veneta? Partendo da Roma?

È questione di usi e costumi. Comunque sia, auguri!

 

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