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Savonarola e Sarpi ecco gli irriducibili delle anguriare

Giovanni Bernardini e Isabella Tomasi (con marito e figlio) resistono ai tempi: «Mestiere duro, ma che soddisfazioni»

Tre mesi di lavoro, dalle 10 del mattino alle 2 di notte, senza un giorno di ferie. Per la maggioranza delle persone sarebbe un incubo. Per pochi irriducibili è la normale quotidianità di un mestiere stagionale sempre più raro e difficile, nonostante la clientela non manchi e sia pronta a macinare chilometri pur di non perdere il piacere di gustare all’aperto una bella fetta di anguria rinfrescante, anche se, a detta di molti, il prezzo non è proprio “popolare”. Una volta le “anguriare” eran ...

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Tre mesi di lavoro, dalle 10 del mattino alle 2 di notte, senza un giorno di ferie. Per la maggioranza delle persone sarebbe un incubo. Per pochi irriducibili è la normale quotidianità di un mestiere stagionale sempre più raro e difficile, nonostante la clientela non manchi e sia pronta a macinare chilometri pur di non perdere il piacere di gustare all’aperto una bella fetta di anguria rinfrescante, anche se, a detta di molti, il prezzo non è proprio “popolare”. Una volta le “anguriare” erano presenti in ogni paese della provincia di Padova. In città c’era l’anguriara a porta San Giovanni, alla Sacra Famiglia, a Ponte di Brenta, alla Saimp, a Ponte Quattro Martiri e molte altre. Andarci era un rito consolidato, perché il gusto e la freschezza dell’anguria o del melone accontentano tutti, senza distinzioni di genere, età e provenienza. Oggi invece questi chioschi si contano sulle dita di una mano. A Padova ne rimangono soltanto due, nella zona ovest della circonvallazione: la storica anguriara di Porta Savonarola e la più recente di via fra Paolo Sarpi, poco distante dal bastione della Gatta. Entrambe a conduzione familiare. In via Bronzetti, proprio di fronte a Porta Savonarola, l’anguriara ha nome e cognome, oltre che una storia che abbraccia cinque decenni. Giovanni Bernardino, 71 anni, l’ha aperta nel 1972 dando seguito al mestiere di famiglia, imparato da bambino ad Arquà Petrarca dal papà Giocondo. Per la quarantacinquesima estate consecutiva Giovanni e la moglie Rosetta sono pronti ad accontentare padovani e foresti. «Vado a prenderle io, da chi le compra dove la qualità è migliore, specialmente tra Ferrara e Mantova» spiega con orgoglio Giovanni. La clientela non manca: famigliole coi bambini, coppiette, tavolate di giovani, amici di lunga data, qualche turista. Si possono ordinare fette di anguria o melone, con relativo coltellino, oppure un piatto di frutta già tagliata. Non manca chi preferisce ordinare fette da asporto, a un prezzo più vantaggioso, e consumarla comodamente a casa. «Qui è aperto dal 1 giugno al 31 agosto e ci passa tutta la città. C’è chi viene da più di trent’anni, sono soddisfazioni» sottolinea Giovanni, lamentandosi però dei costi di gestione. «Per l’occupazione del suolo pubblico e l’asporto dei rifiuti si pagano un sacco di soldi, per questo molti hanno chiuso. Non è facile fare affari. Le ore di lavoro e le spese sono tante, serve tantissima passione» ribadisce Giovanni, mostrando il callo sulla mano che certifica il suo status di professionista del taglio dell’anguria. La moglie Rosetta, poco distante, sorride, mentre un habitué si fa ambasciatore dei desiderata di Giovanni: «Altro che occupazione suolo pubblico» sbotta il cliente, «dovrebbero dargli un contributo dopo tanti anni di servizio alla città». In trincea, a difendere la tradizione dell’anguria da mangiare in compagnia, c’è un’altra famiglia affiatata e sempre pronta a coccolare i clienti. In via fra Paolo Sarpi, dal 1998, c’è l’anguriara di Isabella Tomasi, affiancata dal marito Fabio Casella, dal figlio ventenne Sean e dall’amico di famiglia Livio. Vengono da Altivole, nel trevigiano, e nel resto dell’anno girano le fiere in Italia e all’estero con la loro frutta. Oltre all’anguria propongono fantasie di frutta, macedonie e frutta tropicale. «Aggiornare l’offerta e andare incontro ai gusti dei clienti è fondamentale oggi: a tanti la frutta piace già pronta, tagliata e presentata in modo invitante» spiega Fabio, «il segreto è conoscere la frutta e curare i rapporti con la clientela. In questo senso abbiamo le nostre soddisfazioni perché c’è chi arriva dalle Terme, dall’Alta, da Mestrino e perfino da Monselice per mangiare la nostra anguria. Piace tanto anche ai cinesi». Il figlio Sean ascolta e impara l’arte, anche se studia elettrotecnica e ammette di essere indeciso su quale strada scegliere. Di sicuro, l’anguriara di via Sarpi svolge un ruolo sociale importante in questa zona della circonvallazione, per anni territorio di prostituzione e spaccio. "Quando siamo venuti qui via Sarpi era terra di nessuno. Oggi invece, grazie alla nostra presenza costante e all’illuminazione è nettamente migliorata. E la gente viene volentieri, perché sa di trovare un’oasi di freschezza e un’atmosfera familiare».

Simone Varroto