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Io, trasformato in mostro su Facebook

Il falso racconto di due bambini rende un furgone molto riconoscibile “il veicolo del pedofilo”

SANT’ANGELO DI PIOVE. Protagonista suo malgrado di una “leggenda metropolitana” di cui abbiamo riferito nell’edizione di martedì, il proprietario di un furgone molto riconoscibile ha scritto al mattino per raccontare quanto i social possano fare male quando rilanciano una notizia falsa prendendola per buona.

Sono un cittadino di Sant'Angelo di Piove, paese dove sono nato, cresciuto e dove mi sono sposato. Sono un padre innamorato della propria famiglia e come tale credo fermamente che i bambini siano anime innocenti da proteggere e preservare. Sono anche un onesto lavoratore e un appassionato del Car Tuning ( customizzazione di auto ), passione che condivido con la mia famiglia e che ci porta ad esporre il nostro furgone customizzato in parecchi auto-raduni in giro per il Veneto.

Nei giorni scorsi, proprio per le particolari caratteristiche estetiche del mio furgone, si è creata una spiacevole e grave situazione per me e la mia famiglia. Sabato 20 febbraio mentre transitavo nel centro del paese in cui abito ho notato che due bambini, incuriositi dalla tipologia del mio furgone, mi gesticolavano a mo’ di saluto, assolutamente non ho posto alcuna attenzione nei loro confronti e ho proseguito la mia marcia facendo rientro a casa.

Incredulo e scioccato, nella mattinata di lunedi 22 febbraio sono venuto a conoscenza da mia moglie che su Whatsapp e in seguito su tutti gli altri social, stava girando un messaggio vocale con il quale una mamma di Sant'Angelo di Piove segnalava un potenziale adescamento a danno di minori e la descrizione del mezzo e del conducente erano quelli del mio veicolo.

Così mi sono recato subito alla stazione dei carabinieri di Piove di Sacco, dove mi hanno confermato la segnalazione fatta alla stessa stazione dai genitori dei bambini. In presenza sia dei carabinieri che dei genitori è stato chiarito il malinteso: tutto è nato da una bugia raccontata dai loro figli chissà per quale motivo, amplificata mediaticamente dal messaggio vocale diventato fortemente virale nei social network. L'errato allarmismo in Whatsapp, Facebook e perfino in qualche quotidiano on-line, era partito quindi prima della fine delle indagini delle forze dell'ordine. Inoltre nel weekend, a mia totale insaputa, il mio furgone (con targa ben in vista e con me e la mia famiglia all'interno), vista la sua particolarità, è stato più volte riconosciuto e fotografato ad incroci e semafori, e le foto sono state poi postate nei social network con commenti e appellativi nei miei confronti tutt’altro che piacevoli. Ovviamente la mia estraneità nei fatti è totale e chiarita fin dal principio, ma mi sono ritrovato in una situazione in cui nessuno vorrebbe essere.

A causa dell'utilizzo smodato, superficiale e senza scrupoli di un social network, la mia persona è stata infangata da un' accusa infamante che ha fatto nascere la “caccia ad un'orco del Piovese” che non c'era e che ha messo in pericolo tutta la mia famiglia, oltre a disonorare il nostro buon nome.

È imperdonabile e inaccettabile che la vita di qualcuno venga diffamata e saccheggiata e poi pensare che qualche parola di scuse sia sufficiente per far tornare tutto come prima. In questi giorni ho ricevuto la solidarietà di molte persone del paese che hanno saputo della mia bruttissima esperienza, ringrazio le forze dell'ordine, il sindaco e il parroco di Sant'Angelo per il supporto e la collaborazione.

Concludo sperando che quello che mi è successo serva a far capire che l'utilizzo dei social network deve essere fatto con coscienza, responsabilità e discrezione, specie

quando si tratta di altre persone… Basta poco per rovinare la vita di qualcuno, e poi non è più sufficiente la scusa dello scherzo di cattivo gusto o del “non pensavo succedesse tutto questo”.

ll proprietario

del furgone bianco

di Sant'Angelo di Piove

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