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L’emozione pura del Mozart di Michieletto

Alla Fenice il “Flauto magico” diventa un mondo vicino, leggibile eppure profondo. Direzione impeccabile, ottime voci

VENEZIA. «L’arte di Mozart sfiora, nelle apparenze della più infantile semplicità, un presagio inconscio di verità altissime», scriveva Massimo Mila. È il “Flauto magico” - il cui ascolto, la cui visione a teatro, ci fanno capire che la musica di Mozart ha un forte potere su di noi - che alla Fenice da martedì in chiusura di stagione torna a Venezia dopo 16 anni, da quando Isac Karabtchevsky lo diresse al PalaFenice. Nell’alchimia tra ingenuità apparente e complessità nascono le difficoltà sia nell’eseguire che nell’allestire il capolavoro mozartiano. E l’attesa regia di Damiano Michieletto per questa coproduzione col Maggio Musicale Fiorentino vince la sfida su un mostro sacro del teatro musicale, le cui declinazioni in rappresentazioni favolistiche sono spesso cadute nella routine, fra templi e cartapeste.

Michieletto - affiancato dalle scene di Paolo Fantin, light designer Alessandro Carletti e costumi di Carla Teti - va nel cuore dell’opera, aprendone le possibilità di lettura ma conservandone i nessi profondi, ovvero traduce nell’attualizzazione senza tempo di un ambiente di scuola il percorso di iniziazione-formazione di Tamino-studente, in cui Papageno è il bidello, le tre damigelle sono suore-educatrici, i tre fanciulli sono piccoli esploratori, Monostato è un capobanda ribelle. Nessuna forzatura, anzi. La realtà non viene lasciata all’immaginazione, è lì nel banco di scuola che ognuno di noi ricorda, persino i muri hanno croste di umidità, ma la grande lavagna sullo sfondo diventa il mondo della favola, escono animali antropomorfi, compaiono e scompaiono disegni o misteriose esortazioni palindrome, è il confine con l’altra dimensione.

L’accostamento realistico a quello favolistico vive in un magico equilibrio fino a confondersi, mentre nel loro scorrere paralleli la luce si identifica come cardine del percorso narrativo, nelle sue diverse manifestazioni (la scatola illuminata, la porta che racchiude luce) ma vissuta comunque nel suo contrasto col buio, laddove la stessa Regina della notte canta su uno sfondo illuminato. «O notte eterna! Quando svanirai? Quando la mia vista troverà la luce?» dice Tamino. Ecco il segreto del “Flauto magico”.

E poi il movimento, che anima continuamente la tensione delle relazioni, via qualsiasi noia di personaggi impalati a cantare le arie da teatro vecchio, tutto brulica di azione, gesti, sguardi. Un “Flauto magico” del tutto imprevedibile, che ci emoziona profondamente, come bambini.

La direzione musicale torna nelle mani sicure di Antonello Manacorda, di cui ricordiamo il ruolo di primo violino della Mahler Chamber Orchestra nello storico “Flauto magico” diretto da Claudio Abbado a Reggio Emilia nel 2005. Raccolta intelligentemente l’eredità di Abbado e facendo tesoro dei progressi delle cosiddette “filologie”, oramai nel dna di molti (ma non ancora di tutti), Manacorda ripulisce la partitura da cattive abitudini, mostra tutta la trasparenza della strumentazione, sa portare a sé la voce e legarla al tessuto orchestrale, scegli tempi giustamente accesi che evidenziano l’energia cinetica mozartiana, ritrova momenti di contemplazione in delicate sottigliezze, cura i recitativi come pochi caricandoli di significati, conosce in profondità la partitura, concerta preservando la magia dell’innocenza da eccessi personali o inutili routine.

Cast vocale di grande equilibrio, in cui spiccano il bilanciamento tra pronuncia e lirismo - vero teatro - di Alex Esposito (Papageno) e l’ottima articolazione di Antonio Poli (Tamino); brava, in ogni registro, Olga Pudova (Regina della notte), voce di spessore anche nelle agilità; eccellenti i tre fanciulli, voci bianche del Munchner Knabenchor.

Lunghi, calorosissimi applausi.