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C’è un’altra Rovolon che vuole i profughi: "Uno per famiglia"

Circa cento residenti prendono le distanze dalla manifestazione di sabato e firmano per ospitare donne e bambini

BASTIA DI ROVOLON. La sindaca dice «no», Rovolon non vuole quelle quattro-cinque mamme profughe con figli bambini? Va bene, anzi no che non va bene, ma tant’è: siamo pronti ad ospitarle noi, nelle nostre case. Anche subito. «L’antico senso di accoglienza delle nostre genti, l’umana solidarietà, l’espressione non ipocrita di un sentimento cristiano si concretizzano in questa piccola disponibilità»: l’altra faccia di Rovolon emerge con decisione e grande passione attraverso un appello, semplice, diretto, che in due giorni ha raccolto quasi un centinaio di firme di residenti: commercianti, medici, insegnanti, cattolici e laici. Un appello che, senza viaggiare sui social network, corre veloce via “facebook” di paese, tam tam di società civile.

E ogni pie’ sospinto si aggiungono firme, si allarga la mobilitazione: una delle promotrici dell’appello, Giovanna Cappelletto, 57 anni, insegnante, di Rovolon, racconta che, giusto ieri, le è capitato di affacciarsi alla porta di casa nel primo pomeriggio e vedere un foglio, sotto la pianta posata sul tavolo in giardino. «Ci siamo anche noi», c’era scritto, e sotto dieci nuove firme di persone che vogliono aderire all’appello. Le piovono addosso così tanti fogli e foglietti con firme da aggiungere alla presa di posizione, che Giovanna non riesce più a tenere il conto. «Siamo un gruppo di cittadini di Rovolon» comincia la lettera; «Innanzitutto una premessa: molte delle persone che manifestavano sabato mattina contro l’accoglienza non c’entrano nulla con la comunità di Rovolon».

La discesa in piazza contro l’accoglienza e pro sindaca (Maria Elena Sinigaglia, di Forza Italia: Rovolon è governata da una bizzarra alleanza Fi più Pd, con la Lega all’opposizione che in questo frangente guarda e probabilmente si sfrega allegramente le mani) è stata messa in piedi sabato, davanti alla casa del parroco don Angelo che appoggia l’iniziativa. E a pochi metri dalla sede che l’associazione “Per un sorriso” mette a disposizione delle donne profughe e dei bimbi. Trattasi dell’ex scuola che l’associazione ha ristrutturato e finora utilizzato per ospitare bambini di Chernobyl e bambini non vedenti. Certo, in piazza c’erano anche abitanti di Rovolon: «Desidereremmo allora offrire qualche considerazione utile a riflettere. Ci siamo chiesti: perché questo rifiuto all’accoglienza? Qual è la differenza tra queste mamme e questi bambini e quelli che scappavano dalle radiazioni? La differenza sta nella paura: la paura dell’invasione».

La lettera, firmata da Elena Soranzo, commerciante; Pietro Pettenella, medico; Patrizio Beltrame, agente commercio; Enzo Merler, medico, la Cappelletto e altre decine e decine di persone, continua: «In questo caso tale paura è infondata: nella Casa di Rovolon non possiamo accogliere centinaia di donne e bambini, si tratta di dieci: all’interno del nostro paese l’accoglienza di dieci donne e bambini non può destabilizzare nulla, né provocare problemi a cittadini o ristoratori. Quale fastidio può dare qualche bambino che gioca nel bel giardino della Casa, accanto alla chiesa? Soffiare sull’intolleranza per ottenere consenso non va bene. In questo caso basta riportare tutto alla sua reale dimensione e così aiutare le persone a ragionare: qui non si tratta di “politiche migratorie”: bisogna solo ospitare per qualche mese dieci donne e bambini piccoli, che stanno fuggendo dalla guerra». Semplice, parrebbe. Pure don Claudio, parroco di Bastia,

domenica a messa le ha “cantate” in forma solenne contro chi ha alzato il muro del “no”.

«Rovolon che vogliamo» è lo slogan della sindaca Sinigaglia; «Rovolon che accoglie» è quello del “comitato” spontaneo, e numeroso, e deciso ad andare avanti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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