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Incendi e lesioni per un’eredità condannato a 18 mesi e multato

SANTA MARGHERITA D'ADIGE. Per sette volte nell'arco di 14 mesi ha innescato incendi all’abitazione, al portone all'auto della casa dei suoi cognati a Santa Margherita D’Adige, per questioni legate...

SANTA MARGHERITA D'ADIGE. Per sette volte nell'arco di 14 mesi ha innescato incendi all’abitazione, al portone all'auto della casa dei suoi cognati a Santa Margherita D’Adige, per questioni legate all’eredità. Ora, Enrico Lisiero, 39 anni, di Granze, per quei fatti è stato condannato dal giudice Marina Ventura a un anno e sei mesi, oltre al pagamento di una provvisionale di 15 mila euro.

Era accusato di violazione di domicilio aggravata, tentato delitto, incendio e lesioni aggravate. Era stato identificato grazie al Dna lasciato nel berretto che aveva perso al termine di un raid movimentato nel quale il padrone di casa, allarmato aveva sparato dei colpi di arma da fuoco in aria. Il Ris non era riuscito ad estrapolare il Dna, ma c'era riuscita, successivamente la dottoressa Luciana Caenazzo, medico legale. Giovanni Rosa e Lucia Visentin (ora parti civili con l'avvocato Stefano Fratucello) per troppo tempo hanno vissuto nell’incubo. Hanno dovuto persino organizzare turni per sorvegliare l’abitazione. Quindi hanno installato quattro telecamere e un sistema a infrarossi per la rilevazione di intrusi.

Uno stato d'ansia pesantissimo, sono stati ben 14 i mesi di terrore vissuti a causa dei continui attacchi incendiari toccati alla loro casa di via Risorta a Santa Margherita d'Adige. Da febbraio 2008 ad aprile 2009, per sette volte, qualcuno si è introdotto nella loro proprietà lanciando molotov e innescando roghi contro serramenti, auto e portoni. Per difendersi (una volta è stata presa di mira la camera da letto di un figlio), i due hanno dovuto spartirsi le notti di sonno e rimanere a vegliare. Il 9 aprile 2009 l'allarme ha suonato, facendo finire il malvivente al cospetto del padrone di casa. In quell'occasione ne nacque anche una zuffa. Il padrone di casa, ferito al capo dal piromane, sparò due colpi con un fucile a salve detenuto regolarmente. Il piromane riuscì a scappare, ma venne ripreso dal

circuito di sorveglianza e perse il berretto che gli copriva l'intero volto. Venne riconosciuto dai padroni di casa, che avevano già dei sospetti in lui, ma questa non bastava come prova. L’esito del Dna ha inchiodato Lisiero alle sue responsabilità e ora è arrivata la sentenza di condanna.

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