Quotidiani locali

800 mila riflessi di sole in laguna

Sono le tessere che ricoprono le colonne d’oro di Heinz Mack, da oggi a San Giorgio

di Enrico Tantucci

Le antiche tombe anatoliche, le colonne azteche di Chichén Itzà. E ancora gli obelischi, naturalmente le colonne greche, ma anche i monoliti delle tradizione megalitica, a cominciare da quelli di Stonehenge. E persino i grattacieli, i mausolei della modernità. Si possono trovare molti richiami, evidenti, ai monumenti del passato (e dell’oggi), intrisi di spiritualità, nei nove, essenziali, pilastri dorati che l’artista tedesco Heinz Mack ha installato a Venezia, sul sagrato dell’isola di San Giorgio – in occasione dell’ormai imminente Biennale Architettura - e che oggi verranno scoperti alla vista. E tuttavia il vecchio maestro tedesco - tra i fondatori del Gruppo Zero, nato alla fine degli anni Cinquanta come risposta al dibattito tra Realismo e Astrattismo con l’intento comune di trovare uno “spazio” comunicativo libero, che permettesse agli artisti di “ricominciare da zero”, di sperimentare nuovi materiali e nuove procedure espressive e di farlo attraverso l’applicazione della scienza e della tecnica, creando veri e propri quadri-oggetto dalle caratteristiche ora vibranti, ora luminescenti, ora riflettenti, ora dinamiche - non si sente, né si considera, un manierista “archeologico”, ma rivendica la carica innovativa della propria ricerca di monumentalità. E la sua coerenza.

I suoi nove pilastri simmetrici - installati dove lo scorso anno, durante la Biennale Arti Visive, troneggiava la discutibile “gigantessa” di Marc Quinn - alti oltre 7 metri, ricoperti da 850 mila tessere di mosaici dorati realizzati dalla Trend di Pino Bisazza, seguendo la tradizione veneziana - vogliono dialogare a distanza con quelli della basilica marciana, tra Oriente e Occidente che trova in questa città la sua sintesi. Ma sono anche il mezzo per ottenere quegli effetti luministici legati alla rifrazione solare che sono una delle principali sfere di interesse di Mack, fin dagli anni dello Zero.

«Senza la luce, le mie installazioni non avrebbero senso», dice lui stesso. E Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini, che ieri ha presentato l’artista e la sua opera, ricordava che per Mack «l’oro è la possibilità più astratta del sublime».

E dunque si spera, da oggi, nel sole e non nella pioggia, perch. é “The Sky Over Nine Columns” - questo il titolo dell’installazione, che resterà a San Giorgio fino al 23 novembre - “vibri” di luce, come è stata costruita per fare, rinunciando al bronzo (con la quale era stata concepita) per il mosaico, anche in omaggio a Venezia. Mack avrebbe voluto “operare” a Piazza San Marco, per essere ancora più vicino ai mosaici marciani, ma gli spazi palladiani di San Giorgio sono naturalmente tutt’altro che un ripiego, nella luce pura del Bacino.

Come per quella kubrickiana di “Odissea nello spazio”, la stele, dorata, accompagna Mack come un’archetipo da molti anni, dopo un passato di pittore e scultore. Fin dal 1967, quando eresse la prima nel deserto della Tunisia, per dialogare, in quel caso, con la luce sahariana. Un’archetipo replicato successivamente e che ora approda, in questa nuova forma, a Venezia,

per celebrare, per alcuni mesi, i “riti” di una sorta religione solare di cui l’artista tedesco si senteuna sorta di sacerdote visivo. Un sacerdote laico e disincantato il cui tempio non può essere, evidentemente, edificato che in uno spazio pubblico. Con il cielo al posto del soffitto.

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