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Ias Lab, la culla padovana dei robot dove cresce l’intelligenza artificiale

Viaggio tra dottorandi e ricercatori del centro d’avanguardia del dipartimento di Ingegneria informatica. Si sviluppano e applicano software attraverso i quali rendere la logica degli automi simile a quella umana

PADOVA. Alcuni sembrano graziosi giocattoli, dall’espressione simpatica e la vocina infantile. Altri hanno un’estetica meno curata, altri ancora non coincidono affatto con quello che, nell’immaginario collettivo, è un robot. Sono tutti i modelli in fase di sperimentazione allo Ias Lab (Intelligent autonomous systems), il laboratorio di robotica dell’Università di Padova. Lì, tra le stanze di Ingegneria informatica, dottorandi e ricercatori (tutti padovani) stanno mettendo alla prova quella che, di qui a qualche anno, potrebbe diventare la nostra quotidianità.

Elisa Tosello, 26 anni, è specializzata nel renderli più “umani” e nel facilitare le interazioni con loro. Mostra il funzionamento di un piccolo robot bianco e arancione. Lo tiene come un bambolotto, lo appoggia a terra e schiaccia qualcosa. Il robottino si alza in piedi e si presenta: «Ciao! Io mi chiamo Nao!» scandisce allegramente. «E tu, come ti chiami?» chiede. «Elisa» risponde la ricercatrice. «Che bel nome!» esclama il robottino soddisfatto. Poi balla, interagisce, si muove con una fluidità che stupisce e conquista. Farebbe impazzire qualunque bambino, e non solo. «In alcuni paesi del Nord Europa è stato utilizzato per finalità didattiche, per tenere delle lezioni ai bimbi» spiega Elisa. «È stato usato anche con i bambini autistici che hanno la tendenza molto spiccata a catalogare la realtà» aggiunge Stefano Michieletto, 31 anni, «e ad andare in crisi di fronte a manifestazioni inaspettate. Il robot ha delle reazioni che non escono mai dal binario della prevedibilità, ad azione corrisponde reazione. E in alcuni casi aiutano i bambini ad aprirsi».

Un altro piccolo automa sembra un Robocop in miniatura: imita i movimenti delle persone, è stato pensato per facilitare il lavoro in fabbrica. “Impara” dai gesti umani, che poi può ripetere. Tra i robot ci sono anche macchine che proprio robot non sembrano: «C’è tutto un ramo di ricerca orientato a facilitare i pazienti paralizzati, affetti da Sla (sclerosi laterale amiotrofica)» spiega Luca Tonin, che si occupa di “Bci”, acronimo inglese che indica il poter manovrare la tecnologia unicamente tramite impulsi cerebrali. Tonin parla di tastiere che scrivono, obbedendo al pensiero, o di sedie a rotelle comandate direttamente dal cervello. Cose che, per chi può permettersele, sono già parzialmente realtà. Le possibili applicazioni di questi sofisticati congegni sono molteplici: dalla medicina alla sorveglianza, dalla didattica all’agricoltura.

I ragazzi parlano anche di un macchinario per irrorare un vigneto: l’idea è partita da una famiglia di agricoltori che ha progettato la meccanica, e ora loro cercano di creare i programmi, per fare in modo che funzioni da sola. Un po’ come i simpatici robottini aspirapolvere che già girano intorno ai nostri mobili. «Le applicazioni pratiche dei robot» sostiene ancora Elisa Tosello «sono orientate soprattutto alla videosorveglianza. Il robot ha percezione della realtà circostante, può controllarla e intercettare se registra qualcosa di anomalo. C’è un robot pensato per seguire le persone: può usarlo un medico o un infermiere, ad esempio, mentre distribuisce le medicine fra i pazienti. Oppure possono essere affiancati a un anziano: se il nonno dimentica di prendere le medicine, il robot glielo ricorda. Oppure se registra qualcosa di anomalo, una caduta o un malore, può chiamare l’ambulanza o i parenti».

La domanda sorge spontanea: voi affidereste vostra

nonna a un robot? Michieletto risponde con una controdomanda: «Tu affideresti i tuoi soldi a una banca? Un tempo era considerata una cosa impensabile, oggi sarebbe assurdo non farlo». Però, per quanto importanti, i soldi sono pur sempre una cosa. La nonna è una persona, e la differenza c’è.

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