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«La mia corsa in bici verso la tomba di una grande donna»

La storia di Daniele Luppari che ha battuto il tumore grazie ad una dottoressa calabrese scomparsa un anno fa

Più di mille chilometri da percorrere, sette giorni di tempo, una bicicletta e tanta forza di volontà per combattere la fatica e lasciarsi alle spalle il fantasma della malattia.

Daniele Luppari, padovano di 38 anni, quest’estate attraverserà l’Italia per arrivare fino a Soverato, un paesino in provincia di Catanzaro, in Calabria. Qui, riposa in pace Savina Aversa, la dottoressa che per più di dieci lunghi intensi anni lo ha accompagnato nel percorso di guarigione dal cancro: è morta lo scorso anno, e lui non l’ha dimenticata. Daniele oggi ha vinto la sua battaglia, ha un figlio, e continua a praticare sport, la sua passione. Savina Aversa invece, è stata colpita dallo stesso male a cui ha dedicato la carriera. Due vite separate, quelle di un medico e del suo paziente, che si riuniscono in un importante rapporto umano.

Un viaggio che parte dall’Istituto Oncologico Veneto di Padova e arriva in fondo all’Italia in sella ad una bicicletta. Come nasce la tua sfida?

«Questa sfida nasce con l’intenzione di ricordare la dottoressa che per me equivale ad una seconda mamma, come si è sempre definita. Sono stato seguito da lei dal 2002 quando mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin, fino al 2012 quando sono stato dichiarato fuori pericolo recidiva. Per anni è stata il mio faro, da quando è morta mi sono sentito azzerato. Non gli ho mai chiesto se era ammalata ma lo intuivo. Vedevo in lei quello che avevo passato io, la perdita dei capelli e il viso che cambiava. Le chiedevo come stava guardandola intensamente negli occhi, e lei rispondeva sempre bene. Bastava questo, valeva più di mille parole».

Com’era il rapporto con la tua dottoressa?

«Ci siamo sempre solo visti in ambito ospedaliero. Lei era orgogliosa di me, lo so perché quando mi ha detto “Passerai sotto un rullo compressore, ti dirò io quando finirà e tu non lo capirai, forse arriverai ad odiarmi”, l’ho fermata, dicendo che non sarei mai arrivato ad odiare una persona che mi stava salvando la vita. Da lì è diventata la mia professoressa e io il suo alunno. L’avvantaggiavo nella scelta della terapia giusta scrivendo un diario sul mio stato di salute dopo le sedute di chemioterapia e radioterapia. Le relazioni servivano ad entrambi, parlo al plurale: abbiamo concluso un percorso alla grande.

Come ha pensato di organizzersi per questa sfida ciclistica?

La sfida è in fase di programmazione. Il periodo sarà agosto. Dovrò raccogliere fondi per il noleggio di un camper, per il carburante e qualsiasi necessità improvvisa. Non voglio un euro in più per me, tutto il denaro raccolto sarà donato allo Iov a favore della ricerca sul cancro».

Che posizione ricopre lo sport nella sua vita?

«L’attività sportiva dà benefici sia fisicamente che mentalmente. Purtroppo non è detto che chi fa sport sia immune dalle malattie, io ne sono stato l’esempio: non fumo, non bevo e mi alimento in maniera corretta. Però il fatto di avere un fisico allenato mi ha permesso di affrontare al meglio i cicli di terapia. Da sempre ho amato lo sport: prima di ammalarmi giocavo a calcio, poi mi sono appassionato alla corsa ma a causa di un problema al piede ho dovuto abbandonare. Ed ora c’è il ciclismo. Questa sfida si ispira ad una gara ciclistica americana chiamata Raam, che presuppone l’abbandono del podismo. E così ho pensato di creare la mia gara tutta personale. Il mio passato, presente e futuro sportivo è spiegato in un racconto che ha vinto un contest sul sito di Mentesport. Hanno votato in tantissimi, ho sentito una spinta ulteriore verso la realizzazione del mio obbiettivo».

Ha paura di non farcela?

«Se dovessi avere qualche mancamento a livello muscolare credo che la testa mi supporterebbe abbastanza bene. Temo di più il caldo e il vento perché parecchia strada è lungo la costa. Chiuderò una porta con il passato ma voglio farlo lentamente per far entrare più persone possibile. Il ricordo cadrà su Sabina Aversa che per me è sempre motivo di emozione. Ci eravamo detti che sarei riuscito a partecipare alla maratona di New York,

ma nel 2012 l’anno in cui ci ho provato, è stata annullata. E così ho immaginato nuove sfide per poter arrivare con gli stessi stimoli a tagliare quel traguardo in una città come Soverato che per i più non vuol dire nulla, ma per me, ha un significato enorme».

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