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Ammanettato e gettato in piscina perché non si fa taglieggiare

Gli bruciano una mano, lo picchiano e pretendono soldi per danni fatti da loro. Uno dei tre si pente e incastra i complici di Loreggia: ieri la prima condanna

LOREGGIA. Era stato ammanettato, seviziato e torturato con il mozzicone di una sigaretta sul braccio, costretto a bere tè al lassativo e a ingoiare le crocchette del cane dalla sua ciotola, infine tuffato dentro una piscina fino al punto da non respirare. E poi vessato, umiliato, ferito nel corpo e nell’anima. Senza un perché. E quale giustificazione potrebbe esserci a una qualsiasi esplosione di violenza gratuita da parte di una piccola banda di bulli di paese? La giustizia ha cominciato a fare il suo corso. E ha scritto la parola fine, almeno in primo grado, per uno dei 3 imputati dell’aggressione avvenuta l’1 agosto 2010 nei confronti del ventitreenne A.A. (iniziali di fantasia) da 3 “ex” presunti amici.

Tutti accusati di concorso in sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali volontarie e danneggiamenti (solo uno). Così, al termine di un rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena, il gup padovano Lara Fortuna ha condannato a un anno di carcere Alberto Michieletto, 23 anni, di Loreggia, via Vecellio, subordinando la sospensione condizionale della pena al saldo di una provvisionale immediatamente esecutiva di 7.500 euro (un anticipo del risarcimento da stabilire con una separata causa civile) e delle spese legali: la vittima si è costituita parte civile tutelata dall’avvocato Alberto Toniato. Il coimputato Mattia Mason, 22 anni, pure di Loreggia, via Dell’Artigianato, ha scelto di affrontare il processo che si aprirà al tribunale monocratico di Padova il 9 giugno. Il terzo complice D.P. (16 anni all’epoca, oggi ne ha 19) è imputato davanti al tribunale dei Minori di Venezia.

È stato proprio quest’ultimo, con il suo puntuale resoconto dell’accaduto, a incastrare Michieletto e Mason, già denunciati dalla vittima sia pure il 18 ottobre successivo. Una denuncia che A.A. - un’infanzia travolta da una storia familiare drammatica, un carattere buono e docile - ha presentato in ritardo per paura. La sera dell’1 agosto 2010 il giovane torna a casa sconvolto e ferito. La fidanzata lo convince a ricorrere al Pronto soccorso, dove viene accompagnato anche dal papà. È la struttura sanitaria a fare la prima segnalazione ai carabinieri.

A fatica la vicenda è ricostruita. Mason, Michieletto e D.P. avevano organizzato una trappola per un’assurda vendetta. Michieletto pretendeva 170 euro perché era stato provocato un buco sul sedile dalla sua auto dalla cenere di una sigaretta accesa. Sigaretta infilata tra le labbra di Mason, che l’aveva spenta sulla mano di A.A.: perché quest’ultimo avrebbe dovuto pagare il conto? «Non ho i soldi» continuava a ripetere la vittima. Quell’1 agosto, con l’inganno, A.A. viene convocato a casa di D.P. che è solo. Appena entra, è ammanettato. «A.A. soffriva, piangeva ci supplicava di liberarlo» ha ricostruito D.P. davanti al comandante Maraschio dell’Arma di Piombino, in un lungo interrogatorio finito a verbale, «Mattia iniziava a colpirlo a schiaffi, pugni e calci. E anche noi. Poi Mattia lo fece cadere in una piscina piena d’acqua dove A.A. cadeva con la faccia in avanti... Non riusciva a girare la testa e respirare... Mattia e Alberto minacciavano di rigettarlo in piscina se non avesse mangiato le crocchette dalla ciotola del mio cane... A.A. piangeva, era disperato e supplicava Mattia di smetterla e di togliergli

le manette».

Di nuovo sberle e calci fino all’affronto conclusivo: l’auto danneggiata e un ultimo giro, a bordo dell’auto della vittima, guidata da uno dei sequestratori (Mattia), «tutto euforico» ha rammentato D.P. «di averla “tirata” e rotta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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