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Guggenheim, un viaggio nel tempo dell’arte

Barbero si ispira alla luce per la nuova edizione di “Temi & Variazioni”, capolavori dell’ultimo secolo a confronto

VENEZIA. Un capolavoro di Matisse del 1903 che ritrae il parigino Pont Saint-Michel - in un liquido incanto cromatico che avvolge le forme del paesaggio urbano, ai confini dell’astrazione - accostato a un’immagine fotografica, nitidamente “scolpita” in una luce dorata, di Gabriele Basilico che ritrae il romano Ponte Cestio. E una sorta di vibrazione, di assonanza visiva e strutturale corre tra le due opere, pur profondamente diverse. O un altro dipinto prodigioso, come la Fanciulla stesa che guarda un album, immersa in una sorta di sogno, di Edgard Degas - in cui il materasso è una tavolozza di colori su cui lo sguardo del visitatore si fissa con una forza ipnotica - posto accanto a un grande disegno a inchiostro di Kiki Smith, una giovane “sonnambula” in volo con civetta, ieratica e disturbante. È fatta così - sin dall’inizio - di contrasti omogenei, di sintonie eccentriche nel tempo e nello spazio, ma governate da una sapiente regìa,“Temi & Variazioni. L’impero della luce”, la mostra che si apre domani alla Collezione Guggenheim (aperta sino al 14 aprile), curata da Luca Massimo Barbero. Quello di Temi & Variazioni è un “format” fortunato per Barbero e la Guggenheim, giunto alla quarta edizione, basato su un’idea solo apparentemente semplice, ma declinata sempre con estrema raffinatezza nella scelta delle opere e nel loro allestimento. Intorno a un filo rosso, vengono così coniugate opere poco note o da riscoprire della Collezione di Peggy Guggenheim con altre, non meno importanti, provenienti da collezioni private, o “prodotte” da artisti contemporanei per l’occasione. Questa volte il leit-motiv è la luce, pensata appunto per assonanze e contrasti, prendendo a emblema una delle opere più amate da Peggy Guggenheim e che ancora affascina generazioni di artisti: appunto “L’impero della luce” di René Magritte. Che qui influenza, ad esempio, un artista contemporaneo di tendenza e fortemente provocatorio come lo statunitense Nate Lowman, che gli dedica una sua personale versione di “Arbre Magique” in nero, ispirandosi al grande albero inquietante che troneggia davanti alla casa senza porte del dipinto di Magritte. Che guarda, nella stessa sala, la casa in scatola e in miniatura con le finestre fatte di specchi di Joseph Cornell.

Sono, appunto, le variazioni sul tema che attraversano tutta l’esposizione, sala per sala, e a cui conviene abbandonarsi intuendone ogni volta la chiave. Nella prima è l’idea dell’occhio, della visione riflessa o ipnotica, che a rappresentarla sia la coppia Degas-Smith di cui abbiamo parlato, o un inquietante dipinto di matrice surrealista di Leonora Carrington. O, ancora, le donne-specchio di Victor Brauner.

In quella successiva ci sono i luoghi, non solo quelli del duo Matisse-Basilico, ma quelli vagamente sumerici e rossastri, architetture erose del passato avvolte da un’intrico di vegetazione, di un dipinto straordinario come “La città intera” di Max Ernst. O l’architettura aguzza e strutturata di edifici ritratti in un “Paesaggio urbano” di Mario Sironi, in piena sintonia con le “Case a graticcio” del Sud della Westfalia di due grandi artisti dell’immagine fotografica come Bernd e Hilla Becher.

Ma, in una mostra che ci offre la possibilità di ammirare, tra accordi e disaccordi, opere straordinarie di Fontana, di Richter, Man Ray, Kapoor, De Kooning, Delvaux, tra i moltissimi che potrebbero essere citati, la terza sala è quella che offre forse la sintesi più felice di questa “koiné”artistica tentata con successo e infinita cura da Barbero, che non lascia nulla al caso. Siamo immersi, qui, nei linguaggi dell’astrazione che dialogano silenziosamente tra loro, superando ogni diversità concettuale e con un’armonia quasi musicale, tra un superbo “telero” di Rothko, uno di Tàpies e un piombo di Pier Paolo Calzolari che rappresenta certamente uno dei punti più alti in assoluto della ricerca di questo artista. C’è spazio per gli alfabeti visivi di Twonbly e per quelli di Jasper

Johns, con una minuziosa declinazione grafica del tema della bandiera americana. E, naturalmente per Duchamp. È in fondo un viaggio nel tempo e nella forma dell’arte dell’ultimo secolo quello che ci offre questa mostra, superando confini e diversità linguistiche. Senza lasciarci mai soli.

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