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Paolo Fantin, la scenografia come destino

A 33 anni è una firma internazionale nella prosa e nella lirica, il sodalizio con Michieletto nato in Accademia

A nemmeno 33 anni Paolo Fantin, originario di Castelfranco Veneto, ha già firmato le scene per più di venticinque allestimenti, fra lirica e prosa, rappresentati nei più importanti teatri italiani ed europei con una puntata anche in Giappone.

Diplomato all’Istituto d’Arte di Venezia in decorazione pittorica e poi in Scenografia all’Accademia di Belle Arti nel 2004, Fantin si è affermato come collaboratore di Damiano Michieletto, che ha conosciuto quand’era ancora allievo dell’Accademia: «Mich ...

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A nemmeno 33 anni Paolo Fantin, originario di Castelfranco Veneto, ha già firmato le scene per più di venticinque allestimenti, fra lirica e prosa, rappresentati nei più importanti teatri italiani ed europei con una puntata anche in Giappone.

Diplomato all’Istituto d’Arte di Venezia in decorazione pittorica e poi in Scenografia all’Accademia di Belle Arti nel 2004, Fantin si è affermato come collaboratore di Damiano Michieletto, che ha conosciuto quand’era ancora allievo dell’Accademia: «Michieletto insegnava regia e cercava fra gli studenti di Scenografia chi volesse partecipare assieme a lui, come scenografo, a un concorso, il Ring Award di Graz per un team di giovani registi, costumisti e scenografi che allestisse il secondo atto di “Le nozze di Figaro”. Scelse il mio bozzetto di scena da presentare assieme al suo progetto di regia» ricorda Fantin.

Come andò il concorso?

«Arrivammo in semifinale».

E poi?

«Dovevo diplomarmi, mentre Michieletto cominciava a fare le prime regie. Mi chiamò nel 2005 per ideare le scene di “La bella e la bestia”, uno spettacolo un po’ particolare, un “reality-Kabarett” in un atto di Marco Tutino su libretto di Giuseppe Di Leva»

La sua prima scenografia firmata per un allestimento lirico è “La gazza ladra”.

«Sì. Nel 2007 all’Adriatic Arena di Pesaro nell’ambito del Festival Rossiniano. In quell’occasione debuttavo, praticamente con una sola esperienza alle spalle, come scenografo. Tanta era l’importanza dell’allestimento che ci fu chi della produzione espresse riserve sulla mia candidatura all’incarico: per una settimana rimasi in bilico, poi Michieletto mi confermò la sua fiducia».

Un rapporto di collaborazione che dura ininterrottamente da sette anni con una media di 3-4 allestimenti all’anno, per alcuni dei quali lei ha ideato anche i costumi.

«Questi sette anni sono stati di grande crescita per me perché il rapporto dialettico e di sinergia che si è instaurato con Damiano Michieletto mi ha aperto prospettive che nemmeno lontanamente potevo immaginare. Gli impegni mi hanno costretto a crescere in fretta, i riscontri positivi non sono mancati».

Lei ha lavorato molto spesso all’estero. Che differenza c’è con la realtà italiana?

«All’estero ci sono più certezze economiche per cui si lavora in maniera più distesa, i problemi vengono affrontati per tempo e risolti sulla carta. Ad esempio a Salisburgo dopo tre mesi ti danno la possibilità di costruire sul palco i volumi della scena, così ti puoi rendere conto di eventuali problemi e risolverli prima che le scene vengano costruite. Certo in Italia si stanno registrando dei miglioramenti specie nella prospettiva di un teatro di repertorio, anche con le coproduzioni».

Lei ha avuto la possibilità di realizzare il sogno di fare in maniera continuativa l’attività che predilige ai massimi livelli. Ne ha altri di sogni da tradurre in realtà?

«Mi piacerebbe poter realizzare un’installazione d’arte tutta mia, decidendone il tema senza il condizionamento dei libretti d’opera. E non mi dispiacerebbe avere l’opportunità di poter sviluppare un’idea di organizzazione degli spazi per grandi eventi come, ad esempio, l’inaugurazione di uno stadio».