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Tre anni fa la grande alluvione: cosa resta da fare

Era iniziata il 31 ottobre 2010 e fece tre morti, centinaia di migliaia di animali annegati, migliaia di case, negozi e capannoni danneggiati. Zaia: «Veneto più sicuro ma non ancora del tutto»

PADOVA. Era iniziata il 31 ottobre del 2010, la devastante alluvione di Ognissanti, che l’1 novembre e nei giorni successivi si trasformò in un incubo: una quindicina di grandi rotte arginali, 150 km quadrati di Veneto allagati, 3 vittime, centinaia di migliaia di animali annegati, con migliaia di case, aziende agricole, imprese commerciali, artigiane e industriali danneggiate o semidistrutte in circa 130 Comuni, all’interno di un’area dove vive mezzo milione di abitanti. Vicenza, città simbolo di quell’evento, finì in buona parte sott’acqua, travolta dal Bacchiglione che sormontò gli argini praticamente nel cuore del centro abitato.

Il lavoro di ripristino è stato colossale e le difese idrauliche esistenti sono state riparate e migliorate, realizzando 925 interventi tra grandi e piccoli in 233 Comuni, con un impegno finanziario di oltre 392 milioni di euro. Nei lavori sono state impegnate 365 imprese del territorio, che hanno operato al meglio e anche creato lavoro. “Il Veneto è più sicuro di allora – ribadisce il presidente della Regione Luca Zaia – ma non è ancora al sicuro da altri eventi catastrofici causati da piogge di analoghe o maggiori intensità”.

Per metterlo in sicurezza e dare tranquillità e certezze alla comunità veneta servono ulteriori interventi e tanti investimenti: 2 miliardi 731 milioni di euro, secondo il programma messo a punto dal prof Luigi D’Alpaos. Di ogni bacino idraulico del Veneto si conoscono le potenzialità in termini di acqua che ci può arrivare e di acqua che le arginature esistenti possono contenere: due dati che allo stato attuale raramente coincidono e rispetto ai quali occorre soprattutto creare delle vasche di contenimento, dei bacini di laminazione dove fermare l’acqua in eccesso fino a che non è passato il momento critico. E’ un genere di lavori che in Veneto non si fa da oltre 80 anni, da quando venne realizzato il bacino di Montebello, sempre rivelatosi utilissimo. Non si può più confidare nella buona sorte, specie con un clima che sta cambiando, tempo impazzito e tempi di ritorno delle catastrofi che vengono azzerati troppo spesso dall’evoluzione dei fenomeni meteorologici, sempre più concentrati e intensi.

“Le risorse che servono – evidenzia Zaia - sono ampiamente compatibili con i 18 miliardi di euro che i veneti lasciano in tasse ogni anno nelle casse dello Stato, che li spende altrove. Per contro le risorse regionali, con trasferimenti continuamente ridotti, non bastano da sole anche se noi abbiamo deciso di mettere un centinaio di milioni l’anno per interventi di difesa del suolo. Per questo lo Stato deve intervenire, la sicurezza idraulica e idrogeologica deve essere una priorità nazionale; è una precondizione per crescere ancora, noi e l’intero Paese”.

E in ogni caso la Regione non sta a guardare: “Siamo in procinto di realizzare i primi bacini di laminazione – dice dal canto suo l’assessore alla difesa del suolo Maurizio Conte – capaci di contenere 33 milioni di metri cubi d’acqua su 810 ettari con una spesa di 131 milioni di euro. Quello di Caldogno, a monte delle due rotte degli argini del Timonchio del 2010, che allagarono Cresole nella mattina dell’1 novembre, è pronto a partire, con lavori già consegnati il 21 ottobre scorso”.

Sarà il primo, ma c’è ancora qualche resistenza, che si spera venga presto risolta. Perché i bacini di laminazione si devono fare non dove il territorio si allaga, ma a monte. “E’ uno di quei casi dove l’interesse collettivo deve prevalere – sottolineano Zaia e Conte - e dove, ben consci che i proprietari dei terreni sono chiamati in qualche modo a fare un sacrifici, abbiamo cercato assieme agli interessati e alle categorie le soluzioni per alleviare il disagio e consentire la continuità dell’attività agricola”.

Il nuovo invaso permetterà di laminare le portate di picco del Timonchio tagliando l’onda di piena raccogliendo 3,8 milioni di metri cubi d’acqua, da rilasciare a valle, e dunque a Caldogno e a Vicenza, con una portata compatibile con il corso d’acqua. Il bacino sarà realizzato costruendo argini di conterminazione della cassa, la sistemazione della stessa, i necessari manufatti idraulici di derivazione,

restituzione e interconnessione, la sistemazioni dell’alveo con opere di sostegno del livello idrico e rinforzi e rialzi arginali, interventi ambientali. Il costo complessivo dell’opera è stimato in 46 milioni dei quali 25 milioni per i soli lavori, la cui esecuzione richiederà 2 anni.

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