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Este, carne di cane al ristorante cinese: «Non è vero, denunciamo»

I titolari cinesi del Wok Sushi (ex Tre Archi) vanno dai carabinieri: «La chiacchiera del chip trovato in una pietanza è falsa e ci danneggia»

ESTE. Ci sono il controllo dei Nas che scopre quintali di carne di gatto nel magazzino del ristorante vicentino, la signora che va dal dentista con un osso di topo conficcato fra i denti e la testa di pollo trovata nel panino del McDonald’s. E poi c’è il cliente che si trova nello stomaco un microchip di cane dopo aver mangiato al ristorante cinese. Leggende metropolitane, ossia storie false ma verosimili, che col passaparola vengono a tal punto diffuse da trasformarsi in certezze. Lo sanno bene i titolari del “Wok Sushi” di Este, il nuovo ristorante orientale che da novembre ha preso il posto dello storico “Tre Archi”: Hu Zhoujie (ma tutti la chiamano Serena), la ventottenne che gestisce il locale orientale, giovedì mattina ha deciso di recarsi nella caserma dei carabinieri di Este per sporgere denuncia per diffamazione a carico di ignoti. «Da settimane siamo costretti a sentire storie assurde sul nostro ristorante» spiega Serena, che ha raccolto l’aiuto e la solidarietà di Cristian Fantin, l’ex gestore dei “Tre Archi” «L’ultima storia che gira piuttosto frequentemente è quella del microchip del cane. Molte persone raccontano che un cliente venuto da noi si sarebbe ritrovato in una pietanza a base di carne un microchip». Il piatto e l’insolito ritrovamento sarebbero stati fatti analizzare, confermando che quella era carne di cane e che l’oggetto era effettivamente un chip d’identificazione. Clamoroso ma falso, del resto basta digitare su Google il quartetto di parole “cane microchip ristorante cinese” e compare la stessa leggenda metropolitana, semplicemente con uno sfondo diverso: in un caso è ambientata a Perugia, in un altro a Vicenza e in un altro ancora a Milano.

«Ovviamente qui non si serve carne di cane» afferma Serena «Abbiamo riflettuto su come possa essere nata una simile falsità a nostro carico e ci è venuto in mente un episodio un po’ strano. Qualche settimana fa, nel ripulire la cucina a fine serata, abbiamo notato che uno dei mestoli era privo del gancetto metallico che serve per appendere gli strumenti alla parete. Il gancetto si è sfilato durante il suo utilizzo. Dove sia finito non si sa: forse qualcuno l’ha ritrovato nel cibo e l’ha scambiato per il famigerato microchip. Però nessuno si è mai lamentato, né tanto meno il fatto è stato denunciato alle autorità». Il venticello della calunnia ha tuttavia portato conseguenze nefaste al ristorante di via Atheste: «Sappiamo di un bel gruppo di donne che ha deciso all’ultimo di non venire da noi per la festa dell’8 marzo, proprio perché allarmato dalla storia del microchip canino. Alcuni clienti abituali non si vedono da giorni. E poi le dicerie in piazza non ci contano più ormai. Le notizie di cronaca sulla carne di cavallo nei sughi e sui cinghiali radioattivi, poi, hanno aiutato a far lievitare la diffidenza. È un’ingiustizia e per questo abbiamo deciso di rivolgerci alle autorità. Speriamo che questo atto di forza sia riconosciuto dalla gente» chiudono i titolari cinesi, a cui tuttavia non mancano le attestazioni di solidarietà: «Hanno mantenuto gli stessi fornitori italiani che venivano qui per il mio ristorante» assicura Fantin «Alla faccia di chi

sostiene che qui si servono solamente alimenti importati dall’Oriente o di dubbia provenienza. Questi professionisti lavorano con standard di qualità elevati ed è un peccato che le storielle e qualche luogo comune smontino così facilmente una reputazione».

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